Come dovrei vivere secondo gli altri

Rimpiango i tempi dell’Università, la vita prima della laurea era un pacchetto il cui contenuto non riservava troppe sorprese. Dovevo laurearmi, ero studentessa fuori sede e la cosa andava bene a tutti. Anche se poi studiare non bastava, dovevo anche lavorare, ma quando ho iniziato a lavorare sono andata fuori corso e quello, ad alcuni, non andava bene.

Dall’ottenimento di quel titolo in poi è stato un alternarsi di scelte da fare, moduli da compilare, speranze evaporate, ricalibratura delle aspettative, cadute, salite, discese controllate, on and on.

Riassumendo, è andata più o meno così:

Dopo la laurea: devi farti la patente, devi partire, devi fare esperienze all’estero, un dottorato, un master. No, devi trovare lavoro, lascia perdere l’Università, non ti darà futuro. Trova lavoro subito. Non avresti dovuto lasciare Cagliari. Avresti dovuto continuare a insegnare nella scuola privata per 5 euro all’ora. Cosa ci fai a casa dei tuoi? Cosa ci fai in un paesino sperduto che non è il tuo? Torna a Cagliari. No, lascia la Sardegna, lascia l’Italia, tutti lo fanno, fallo anche tu.

Dopo aver trovato lavoro: devi comprarti la macchina, così sarai indipendente. Devi andare a vivere da sola, così starai bene. Devi trovare un lavoro che ti faccia guadagnare di più, così puoi comprarti la macchina e andare a vivere da sola. No, non andartene da casa dei tuoi, sono spese. Potresti anche viaggiare, così resti a vivere dai tuoi.

Dopo essermi trasferita nella città dove lavoro: devi farti nuovi amici, devi trovarti un ragazzo. Se ti compri la macchina non ti restano soldi per pagare l’affitto. Hai fatto bene a prendere una stanza, una casa intera non te la puoi permettere. Se avessi un altro lavoro potresti andare a vivere da sola.

Dopo aver trovato un ragazzo e un lavoro che mi fa guadagnare di più: devi iscriverti in palestra, hai 30 anni. Molla la bici e comprati la macchina. Devi uscire con i tuoi amici. Devi fare un viaggio. Devi andare a vivere da sola. Devi comprarti la casa. Ma i tuoi genitori non li vedi mai? Cosa ci fai, alla tua età, a vivere con studentesse? Non staresti meglio per conto tuo? Ma il dottorato non lo fai? Non andare a vivere con il tuo ragazzo. Cosa aspetti ad andare a convivere con il tuo ragazzo? Ancora lavori lì? Perché non sei partita? Dovevi partire. All’estero non ci fai niente, resta qui. Ma l’orologio biologico? Ancora niente figli? Tic toc, tic toc.

Non mi hanno mai dato tregua, quelle voci assordanti e ingombranti. Quelle parole di chi crede di custodire la ricetta per una vita sana, felice e accettabile e si sente in dovere di convincerti a prendere la strada che hanno scelto per te. Devi rientrare in quella scatoletta predefinita, rispettare gli obblighi sociali che loro hanno creato per te. Rispettare ciò che è consono.

Ti vedono come un errore del sistema. Un’inconcepibile pecora nera da tingere di bianco.

E ci provano loro, ogni volta che possono, provano ad addentrarsi nei tuoi più intimi pensieri, negli spazi più profondi e desolati dell’anima. Ti fanno domande che nemmeno ti sei ancora posto, perché sei impegnato a viverla la vita, a sopravvivere, ad andare avanti giorno per giorno, perché diversamente è massacrante.

Si interpongono tra te e la tua linea narrativa in fase di costruzione, a dirti come secondo loro dovresti scriverla, dall’alto delle loro esperienze di vita (quasi sempre opinabili), illuminati dal sole della verità e santificati (da sé stessi) nella loro acclamata virtù. Beati coloro che sanno quello che fanno e dove stanno andando.

Invece io, proprio come Morpheus in Matrix, sono fermamente convinta che “una cosa è conoscere il sentiero giusto, un’altra è imboccarlo”. E vivo confortata dalla consapevolezza che, se voglio, posso cambiare strada in qualunque momento, senza dovermi giustificare presso presuntuose e presunte entità superiori.

Amen.

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Le cose che ci fanno innamorare

“Stefi, sono innamorata. E’ la sensazione più bella del mondo, quando sei innamorato hai voglia di fare tante cose e hai tantissime idee, pensa se potessimo sempre vivere così, sempre innamorati di tutto e di tutti. Io voglio essere sempre innamorata”. 

E’ lo stralcio di una conversazione che anni fa ebbi con Antea, una ragazza croata che trascorreva un anno in Sardegna, a Cagliari, nell’associazione dove lavoravo. Lei forse nemmeno la ricorda. Io, invece, quelle parole non le ho mai dimenticate e ogni tanto riecheggiano come una di quelle canzoni che tua madre canticchiava quando eri bambina, di cui non hai mai sentito la versione originale, ma sapresti cantarla, nota per nota. Così chiaramente ricordo il momento in cui Antea pronunciò quella frase, il suo grande sorriso che si allargava fino agli occhi, raramente ho visto occhi così carichi di vita.

Ma ci pensate, poter catturare quell’istante e vivere dentro una sorta di capsula con “I’m walking on sunshine” come colonna sonora interiore? Fermare quel momento carico di emozioni di un atteso primo bacio, di una canzone che amiamo suonata dal vivo a pochi metri da noi, di un abbraccio, di un incontro con un amico lontano, di un fiore che riprende colore, di un paesaggio che ci toglie il fiato e le forze, e potrei continuare ancora, tante sono le cose che ci fanno innamorare.

Forse da grandi apriamo il paracadute prima di arrivare alla giusta quota. A me piace pensare che la vita sia un volo in deltaplano, nessun salto da fare, ma una bella rincorsa e la spinta di un soffio di vento, e ti ritrovi a volare a pancia in giù con le ali spiegate e la terra che scorre sotto gli occhi. Andare dove vuoi spostando il tuo stesso peso, ma lassù tutto è più leggero e anche il tempo scorre veloce, in un battito d’ali hai già i piedi per terra e la testa pian piano torna a posarsi anch’essa, con il suo carico di pensieri come un àncora che non ci salva ma ci affonda.

Se potessimo essere sempre innamorati (come desiderava Antea) di quello che abbiamo, di quello che facciamo, di un sogno che stiamo custodendo, del posto in cui viviamo. Se dopo tutto questo correre, dopo tutte le strade sbagliate che abbiamo percorso, potessimo disfarci delle cose che ci appesantiscono e che da sempre ci hanno limitato, ci basterebbe un palloncino.

Stef

Camminare, sempre.

Mi sono risvegliata in una fotografia animata. Prima di partire guardavo e ammiravo le foto dei luoghi dove avrei voluto essere, e ora che ci sono mi sembrano ancora più assurdi. Mi sembra che non sia ancora vero starci dentro, respirarli, sentire un’aria diversa sulle guance, ascoltare accenti diversi e scambiare sorrisi con sconosciuti per strada. Sembra tutto una favola, una storia che non è la mia. Eppure sono quì, la sto vivendo, ci sono io in mezzo a quel paesaggio, sono io che calpesto quelle foglie e quella terra, sono io che tocco l’acqua gelida dalla barca e guardo la neve sulle cime.

Lago di Braies
Foto di Renè Holzknecht  – http://www.instagram.com/r3kube

Sono sempre io che, guardando fuori dal finestrino, ogni tanto lascio vagare i pensieri sul piacevole contrasto delle foglie gialle con l’immenso verde, che sto zitta all’improvviso, assorta e ancora incredula, mentre il mio amico René guida e canticchia qualche canzone che non conosco e forse si chiede se sono un po’ strana. Sono davvero qui. Ho bisogno di un pizzicotto.

Eppure sono stata in altri posti più lontani e più celebri di questi, ma forse era scontato sentirsi felici e affascinati sulla Piramide del Sole in Messico o passeggiando per Time Square. Ma qui mi viene naturale apprezzare ogni minimo dettaglio. Colpa, forse, della mia forzata immobilità, del mio esser stata ferma per troppo tempo e non essere più abituata a sorprendermi e ad essere altrove.

 

Bisogna viaggiare ogni volta che si può, quanto più si può, perchè anche essere felici è un viaggio, non una condizione. Chi si ferma, invecchia.

– Keep on walking – 

Special thanks to my great guide and amazing friend Renè Holzknecht 

“A softer skin”, la carezza di un’onda sulla sabbia

Mëlissa Abis dalla pagina del Waves Festival
Foto di Melissa Abis – Waves Festival

Ascolti una musica, passano i giorni, passano gli anni, risenti quella musica e tutto ritorna, tutto rivivi: le immagini, i profumi, lo stato d’animo vissuto in quei 3 minuti di vita passata. Tutto è stato magicamente registrato nel profondo della tua anima… come una chiave riapre una vecchia porta, riaccedi, tramite dolci o amare note, in un mondo tuo al momento dimenticato…
(Pierluigi Cavarra)

 

In mezzo al “Giardino degli Ostinati” del Librid, un martedì sera d’estate insolitamente affollato, un ragazzo con in braccio una chitarra affondava i piedi nella ghiaia, amalgamandosi candidamente con l’atmosfera gentile del luogo.

Quel musicista timido timido dalla voce verde mi ha catapultata in una dimensione che sapeva di casa, una casa altrove. Sarà stata anche la location a rendere tutto un po’ più suggestivo, un surreale spazio privato riempito dalle vibrazioni positive degli accordi di The Heart and The Void, il progetto solista del song-writer cagliaritano Enrico Spanu.

Alla fine del live sono andata a conoscerlo di persona e a scambiarci due parole. Dopo che per mesi lo avevo ascoltato su Youtube e Spotify, mi sembrava appropriato acquistare il suo EP, “A Softer Skin”, promettendomi di riuscire a scrivere due righe con le mie impressioni, in attesa dell’uscita del nuovo album, “The Loneliest of Wars”.

“A softer Skin” è una di quelle infatuazioni estive che ti si infilano sotto la pelle e che l’inverno non riuscirà a congelare. A ogni nuovo ascolto si fa più viva e penetrante, come quell’incontro inaspettato che fa tanto trepidare.

Sembrerebbe un accostamento banale se non fosse che le sei tracce che compongono questo mini-album parlano quasi tutte d’amore o, in generale, di relazioni. Il brano che apre l’EP, The same mistake, è la bussola per l’ascolto di quelli successivi, con quel passo folk che ci insegue per tutto il disco. The Heart and The Void ci guida in un viaggio alla ricerca della strada di casa (“hoping to find somewhere my way home” – Girl from the city by the sea), dalla quale non siamo mai troppo lontani. Lungo il tragitto troveremo dei testi perfettamente incastonati in melodie lineari e carezzevoli, come Love her like the morning, un inno alla spontaneità e innata allegria che contraddistingue i bambini.

In due brani (Girl from the city by the sea e This Thunder) la dolcissima voce di Giulia Biggio contribuisce a dare un tocco ancora più soffice e delicato alla raccolta, come la carezza che lascia la Primavera sulle camelie. Down to the ground si discosta dalle sonorità precedenti, l’atmosfera si fa un po’ più rock, ma risulta una scelta davvero azzeccata, infatti, è anche grazie all’inserimento di questo pezzo che l’ultima traccia appare ancora più impreziosita.

A softer skin, è una tenera ballad che ci dondola affettuosamente verso l’epilogo del disco. L’impressione è quella di navigare su un fiume, sospinti solo dalla corrente, e in questo viaggio naturale non solo la nostra pelle, ma anche il nostro cuore, nel mentre, si è fatto più morbido.

Share the love.

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L’atmosfera era più o meno così:

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“A Softer Skin” (Sangue Disken, 2014) IMG_20170719_004229

TRACKLIST:
01. The Same Mistake
02. Girl From The City By The Sea
03. Love Her Like The Morning
04. This Thunder
05. Down To The Ground
06. A Softer Skin

Album digitale su Sangue Disken

Album digitale su Amazon

Ascolta “A Softer Skin” su Spotify

Ascolta “A Softer Skin” su Deezer

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The Heart and The Void – Facebook page

The Heart and The Void – Youtube Channel


Ascolta “An Island might not the end”, primo singolo tratto dall’album “The Loneliest of Wars” (2017): https://goo.gl/vZzYuF

Figli delle onde

Tutto ciò che la terra non riusciva a offrirgli, lo trovava in mare.

Era vittima di un richiamo intenso e incessante, talmente abissale da percorrergli tutto il corpo, per poi fermarsi e concentrarsi al centro del suo petto. Lì, dove il giogo premeva più forte, che solo il mare riusciva ad alleggerire.

Sospinto sovente da venti irruenti e talvolta da morbidi soffi, quel male pareva dissolversi in schiuma e posarsi sulla riva, dove inerme giaceva sperando che una favorevole onda gli permettesse di continuare a intossicare.

Il sole, ancora alto, bruciava gli occhi e riscaldava i piedi nudi, che cercavano riparo sotto la sabbia umida. Osservava il moto ripetitivo dell’acqua, seduto sotto un’insenatura che non riusciva a schermare quei prepotenti raggi.

Pensò a quanto fosse infinitamente affascinante e confortante farsi avvolgere da quella incombente massa d’acqua. Cercare di domarla sarebbe stata una sfida senza reali avversari, aveva le sembianze di un’insolita alleanza, gli elementi a suo favore. Anima e materia intrecciate: un verdazzurro mantello per proteggersi da tutto quello che nuoce e tormenta. La seconda pelle che scarta via quella usurata e lacerata facendosi più dura e tenace. 

Immerso nel magico fluido, le sue linee via via più sbiadite, portava addosso il meraviglioso.