A piedi nudi

Mi fermo di fronte al vortice, non cerco più di fuggire, lo sento risucchiare i detriti, prima di trascinarmi via con forza. Guardo in basso, verso il punto in cui poco prima avevo impresso le mie orme ed ecco le mie scarpe, maledette traditrici, e penso che dopotutto sarà più facile saltare sulle nuvole a piedi nudi.

Figli delle onde

Tutto ciò che la terra non riusciva a offrirgli, lo trovava in mare.

Era vittima di un richiamo intenso e incessante, talmente abissale da percorrergli tutto il corpo, per poi fermarsi e concentrarsi al centro del suo petto. Lì, dove il giogo premeva più forte, che solo il mare riusciva ad alleggerire.

Sospinto sovente da venti irruenti e talvolta da morbidi soffi, quel male pareva dissolversi in schiuma e posarsi sulla riva, dove inerme giaceva sperando che una favorevole onda gli permettesse di continuare a intossicare.

Il sole, ancora alto, bruciava gli occhi e riscaldava i piedi nudi, che cercavano riparo sotto la sabbia umida. Osservava il moto ripetitivo dell’acqua, seduto sotto un’insenatura che non riusciva a schermare quei prepotenti raggi.

Pensò a quanto fosse infinitamente affascinante e confortante farsi avvolgere da quella incombente massa d’acqua. Cercare di domarla sarebbe stata una sfida senza reali avversari, aveva le sembianze di un’insolita alleanza, gli elementi a suo favore. Anima e materia intrecciate: un verdazzurro mantello per proteggersi da tutto quello che nuoce e tormenta. La seconda pelle che scarta via quella usurata e lacerata facendosi più dura e tenace. 

Immerso nel magico fluido, le sue linee via via più sbiadite, portava addosso il meraviglioso.

Ossa e pelle

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Siamo ossa e pelle e niente più.

Siamo frammenti di un mosaico, parti smontabili di bambole di plastica.

Siamo paragrafi di un libro d’anatomia.

Abbiamo tutti un cuore e mezzo.

Cosa c’è che ci rende diversi?

Cosa ci attrae di quegli occhi?

Cosa ci spinge a preferire certi invisibili organi rispetto ad altri?

Questi corpi non sono altro che involucri, sovraccoperte rovinate che scuoiamo quando il freddo è più pungente. 

Persino il calore ci rende vulnerabili.

La luna sotto la Quercia – Il trailer

Racconti e dintorni di Dario Cassoji Dessì

Sono passati sei anni dal quel 20 Luglio.
47 da quell’impresa, da quel sogno.
Ogni giorno inseguiamo la nostra luna: non sembra difficile, si vede da ogni angolo del mondo, eppure sembra sempre irraggiungibile.

Auguri a chi ogni giorno costruisce la sua navicella spaziale.

20 Luglio 1969. I cambiamenti di quegli anni vengono percepiti di sfuggita tra i bicchieri e le carte del dopolavoro. Eppure sta accadendo qualcosa di inimmaginabile: La luna non è più così distante. Un bambino davanti a quel televisore sogna di raggiungerla. La cercherà per anni lontano dal suo paese dove ritornerà per ritrovarla dove l’aveva lasciata…

Scritto e diretto da MICHELE FENU
racconti di DARIO DESSI
fotografia di SILVIO FARINA
montaggio di SILVIA CAPITTA
musiche originali NAZKA
organizzazione GIOVANNI SIMBULA

Con la partecipazione e il supporto della popolazione di  SAN VERO MILIS.

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Amiche ombre – Principesse Scalze, ep. 5

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Avevo lasciato i miei amici al pub intorno alle 23.30. Ero uscita solo per una birra, promettendomi di tornare presto per non alzarmi troppo stanca la mattina dopo. Avevo davvero bisogno di uscire di casa, perché il balcone, seppur spazioso e con una bella vista, non bastava più. Ero certa che fosse una buona idea concedermi una serata di moderato svago, per distrarmi dalle preoccupazioni che da qualche tempo mi assillavano. Le chiacchiere e le risate mi avevano tenuta lontana per un po’ da certi pensieri, ma erano tornati per tormentarmi all’improvviso, proprio quando credevo di averli messi a dormire. Invece, loro si addormentavano sempre dopo di me e si svegliavano ben prima dell’orario stabilito per la colazione. Credo fosse il loro modo speciale di vegliare su di me.

Ho capito che la mia serata si sarebbe conclusa di lì a poco, non riuscivo neanche a seguire i più semplici discorsi dei miei amici, né potevo più capire le loro battute, ero ormai distante da loro. Non mi era possibile ignorare le ombre, stavano tutte in piedi attorno al nostro tavolo, intimandomi di alzarmi e andare via con loro. Ho resistito ancora qualche minuto, finché i loro sguardi non si sono fatti severi e incalzanti, allora le ho raccolte e messe nella mia borsetta, ho salutato i miei amici con un gran sorriso e un “Ci vediamo presto”.

Sono salita sulla mia bicicletta e ho cominciato a dialogare con le mie ombre, i loro discorsi li conoscevo già bene e loro li ripetevano sempre allo stesso modo, tant’è che ormai non rispondevo più, ascoltavo in silenzio e quei monologhi mi trasmettevano un certo conforto. Le avevo accettate come eterne compagne di viaggio, inevitabili, dolci e affettuose a loro modo. Avevo smesso da tanto di provare a metterle in ordine e cercare di dar loro un senso, capire la loro provenienza e come si fossero materializzate. Era come se fossero sempre state lì, a volte ingombranti e pressanti, a volte intermittenti.

La loro presenza era l’unica cosa di cui potevo sempre essere certa, non sarebbero mai sparite, ogni tentativo di comprenderle, catalogarle o archiviarle si era rivelato vano, così non potevo fare altro che tenerle con me e occuparmi di loro così come loro si occupavano di me. Non potevo oppormi o si sarebbe instaurata una convivenza conflittuale: qualora avessi provato a contrastarle sarei stata messa certamente all’angolo, tornando in quello stato confusionale e di dubbia razionalità in cui si era convertita la mia esistenza. Ero completamente soggiogata, sconfitta.

Ero quasi arrivata a casa, la lieve brezza notturna mi rinfrescava il viso, nelle strade deserte riuscivo a sentire tutti gli scricchiolii di sforzo della mia vecchia bici. Mi sono fermata allo Stop di un incrocio, più per abitudine che per reale necessità.

Ho sentito arrivare una macchina alla mia destra e ho pensato di aver fatto bene a fermarmi, andava troppo veloce perché avessi avuto il tempo di attraversare l’incrocio. Ho aspettato.

Il rumore del motore di avvicinava e io continuavo a pensare di aver fatto la cosa giusta, come avevo letto nei manuali di scuola guida, ferma allo Stop, con i fanalini accesi, per evitare rischi.

Ho visto finalmente la macchina, una vecchia Punto di colore verde, ho pensato che andasse davvero veloce per essere in centro abitato, invece io ero ferma allo Stop, con i fanalini accesi e il giubbino catarifrangente e con le mie ombre nella borsetta.

Ho notato le ruote anteriori che svoltavano e il veicolo seguiva il loro moto. Eppure non avevo visto nessuna freccia lampeggiare, non era prevedibile che la Punto verde potesse sterzare, e non era così che avrebbe dovuto farlo, di certo non invadendo la mia corsia e tagliando di netto la curva. Perché io ero allo Stop, nel rispetto delle precedenze, con il giubbino giallo catarifrangente, i fanalini rossi e bianchi accesi e le mie ombre in borsetta.

Non era proprio previsto che la mia faccia finisse su quel parabrezza e che le mie anche sbattessero su quel cofano, né che la mia bici si incastrasse sotto il parafanghi e si accartocciasse.

Allora ho urlato: «Hey, cretino, ma chi credi di essere? Io alle mie ombre ci tengo!» e loro nere nere hanno avvolto il veicolo e hanno tirato fuori dal finestrino quel cretino.

Così, ho detto: «Brave, amiche ombre», ma loro non mi hanno risposto, e io sono tornata a casa con la mia bici che scricchiolava e con i fanalini accesi, il giubbino giallo catarifrangente, le mie anche senza lividi e la mia faccia intera e la borsetta vuota.

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