Frontiere – Principesse scalze, ep. 1

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Ora lei non sa cosa fare, è sul terrazzo e il vuoto dei dieci piani sotto la attira incredibilmente. Si sporge, osserva il cemento del cortile chiuso, gli angoli del quadrato formato dai palazzi e i gatti che oziosi vi passeggiano, riesce a vedere che si stiracchiano, si avvicinano, si siedono, rincorrono una pallina di carta, dormono.

«Sono così pacifici, loro» – pensa – «Non hanno nulla di che preoccuparsi. Se si annoiano possono sempre saltare al di là del muro e scoprire cosa si cela, per loro il mondo non ha confini, sono forti, indipendenti, badano a loro stessi. Eppure quando li accarezzi sembrano così fragili e indifesi, hanno bisogno di attenzioni».

Posa le mani sul muretto e il colore dei vecchi mattoni si deposita su di esse, le strofina cercando di liberarsi di quella polvere rossastra, non ha intenzione di entrare per lavarsi.

Guarda giù, di nuovo, verso i balconi più in basso, nota i panni stesi nonostante la giornata grigia. La pioggia di pochi minuti prima ha dipinto un vivido arcobaleno che già scompare col vento. Ne gode ancora per qualche attimo, mentre le nuvole si ritirano verso ovest.

Ora riesce a vedere anche il mare e le montagne oltre la città e pensa: «Come si allarga la vista quando resti immobile». Aveva letto da qualche parte che per il viaggiatore non esiste primo piano: guarda sempre più lontano perché è ciò che può meglio osservare, non riesce a cogliere gli oggetti vicini perché la velocità del mezzo glielo impedisce. Pensava fosse vero. Pensava anche che fosse una metafora della vita: come il primo piano ci sfugge sempre e poggiamo lo sguardo più lontano, su oggetti distanti da no che, per chissà quale ragione, preferiamo mettere a fuoco. Basterebbe rallentare per accorgerci della loro presenza.

La vista di quel paesaggio le dava un senso di infinita leggerezza. Come quella che devono provare i gabbiani quando aprono il loro metro di ali, quando dopo due battiti si lasciano trasportare dal vento e sorvolano i tetti delle case quasi fossero torrette di mare. Pensava che fossero animali affascinanti, che avessero milioni di storie da raccontare sugli umani e che se le scambiassero per schernirci in volo. «Chissà quanto dovremmo essere strani e indecifrabili attraverso i loro occhi».

Chiude i suoi e rimane ad ascoltare, li riapre di colpo, per paura che il buio e il silenzio la avvolgano. Soltanto tenendo gli occhi aperti poteva sentirsi libera, era pura vita. Diventava per un momento ciò che osservava, cercava di immaginare se stessa in altre sembianze. Poteva trasformarsi continuamente. Chiudere gli occhi era come cessare di sentire il mondo, lei aveva bisogno di vedere. Doveva vedere per vivere.

Solleva le mani, più rosse di prima, non cerca di pulirle. Le posa sul viso e, inchinandosi, mette i gomiti sul muretto. Resta lì, a osservare i gatti, che osservano i gabbiani, che osservano lei. 

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