Parallelismi emozionali – Principesse scalze, ep. 2

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Photo Credit Claudia Plebani 2011

 

«Ella le hablaba de Macondo como del pueblo más luminoso y placido del mundo…».¹

Sollevò gli occhi dal libro, disturbata dai fischi e dal rumore dei freni, guardò le porte aperte del treno di fronte a lei, a destra e a sinistra ragazzi e ragazze con valigie che si accingevano a salire sui vagoni, di ritorno a casa dopo una settimana di studio.

18.15. Fissò il tabellone elettronico accanto al binario, riprese a leggere, ma era come se leggesse parole in una lingua sconosciuta. Pensava a tutt’altro, pensava che avrebbe dovuto porre attenzione perché quello era un passaggio importante, ormai mancava poco alla fine del libro e gli indizi disseminati tra le pagine le suggerivano che non sarebbe stato per niente un finale felice, ma voleva andare avanti comunque. Con la stessa fermezza aspettava che giungesse l’ora stabilita, prima di salire sul treno e perdere la lieve speranza che la faceva stare seduta. Il piede sospeso teneva il tempo della sua canzone del momento, la ascoltava così spesso da conoscerne ogni dettaglio. «Don’t waste your time or time will waste you»²

18.20. Chiuse il libro coccolandone la copertina, lo ripose dolcemente in borsa, si alzò. L’area del suo binario era ormai gremita e lei non aveva più una visione completa dell’orizzonte, temeva che non avrebbe visto, nel caso fosse arrivato. Si sollevò ansiosamente sulle punte dei piedi, ma vedeva sempre solo facce ignote e bagagli invadenti. Con la testa bassa, sorrise, prese la valigia per il manico e la posò sul treno, entrò nel vagone dai colori verdastri, vecchio e sporco ma per lo meno riscaldato. Sistemò il trolley sotto un sedile, la borsa sulla poltrona lato corridoio e si lasciò sprofondare su quella accanto al finestrino.

18.25. Si rese conto di non aver dato un ultimo sguardo al lungo marciapiede del binario prima di salire, sapeva che sarebbe stato patetico, ma si avvicinò alla porta e, incerta, scese sul primo gradino, le mani nelle tasche del cappotto, la sciarpa fin sotto il naso. Vide il capotreno e una ragazza che fumavano, altre persone che correvano verso i vagoni, ma nessuno con le sembianze che lei immaginava lui potesse avere. Sorrise ancora, si vide dal di fuori e ciò la divertì. Il capotreno sventolò il suo fazzoletto verde e scomparve, lei tornò dentro e si sedette al suo posto, poco dopo sentì il fischio che preannunciava la partenza.

18.30. Guardò fuori mentre il treno iniziava lentamente a camminare lungo le rotaie. Stava ormai per uscire dalla stazione quando, dietro l’ultimo pilastro, notò una figura che la incuriosì, le parve di aver già vissuto quell’istante, un déjà-vu o un sogno dimenticato. Si sentiva insieme spettatrice e protagonista della scena. Per guardare meglio si avvicinò al finestrino, il naso a pochi millimetri dal vetro. Mise a fuoco più che poté, strizzando un po’ gli occhi. Vide un uomo che con la testa bassa e le mani nelle tasche dei jeans si girava e si allontanava verso l’uscita della stazione. Nonostante la sua sfuggente apparizione, non riusciva a dimenticare quel  dettaglio: sorrideva, per metà.

 

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¹ “Cent’anni di solitudine” – Gabriel García Márquez

² “Knights of Cydonia” – Muse (Black Holes and Revelations, ©2006)

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