Etract I_ “Pura Vita”

“Invece di?”
“Di soffermarti. Perdertici dentro, viaggiare nelle sfumature. Ma abbiamo lo stesso atteggiamento rispetto a tutto quello che facciamo. C’è sempre un orologio che ci assedia con il suo ticchettio, e diecimila altre cose da pensare e da fare subito dopo. Abbiamo interi calendari srotolati davanti. Così il futuro si mangia il presente a una velocità furiosa e lo rigurgita subito nel passato, non te lo lascia mai tra le mani e davanti agli occhi abbastanza a lungo.”
“Ma non avremmo tempo per fare niente, se ci perdessimo in ogni piccola cosa come dici tu.”
“Il tempo non esiste. È un’invenzione degli esseri umani, per coordinare attività quasi tutte negative”

“Tipo?”
“Guerre o imprese industriali, viaggi di massa o spettacoli a pagamento o deportazioni o vendite su larga scala, in modo che i conti tornino sempre e non ci siano da disperdere troppe energie.”
“Davvero?”
“Sì. Lo scopo dell’invenzione del tempo è creare un senso artificiale di oggettività che scorre al di sopra e al di fuori dei sensi individuali e chiude le persone in una griglia mobile e la spinge avanti contro la loro volontà.”
“Come quando mi devo buttare giù dal letto alle sette di mattina per andare a scuola?”
“Sì. E milioni di persone sono costrette a farlo nello stesso momento, pensando di rispondere a una legge superiore. Una legge che butta giù dal letto milioni di persone e le fa sedere a tavola, le manda a lavorare o in vacanza o a dormire o a fare l’amore o a fare la spesa o a morire.”
“Ma se non ci fosse un tempo concordato come faremmo a vivere?”
“Vivremmo come si viveva prima dell’invenzione del tempo. Come si vive ancora nei pochi posti in cui il tempo non esiste.”
“Vale a dire?”
“Entreremmo nelle situazioni, e ci fermeremmo lì o le attraverseremmo e ne usciremmo come ci pare. Non verremmo incalzati e non incalzeremmo nessuno, non saremmo costretti ad appiattire esperienze fino ad azzerarle per farle rientrare in caselle sensoriali di dimensioni prestabilite. Non misureremmo più niente in anni e mesi e giorni e minuti e secondi. Non ci sarebbe nessun bisogno di interrompere e spezzare o continuare niente per ragioni esterne alle nostre.”
“Sì, ma come faremmo a darci appuntamenti o a lavorare, per esempio?”
“Lavoreremmo in altri modi. E ci daremmo altri tipi di appuntamenti.”
“Però il tempo c’è, anche senza orari e orologi.”
““Invece no. Il tempo è un’invenzione e un imbroglio.”
“Perché un imbroglio?”
“Il tempo non passa affatto. Non è un fiume, non è un nastro. Siamo noi che passiamo. E i cronometri e gli orologi e i calendari ci fanno passare a una velocità coordinata e del tutto indipendente dalle nostre percezioni. Ci trascinano con i loro ingranaggi apparentemente neutri e ineluttabili, finché non riescono a buttarci fuori dalle nostre vite.”
“Come fai a dire così? Un’ora è un’ora.”
“Prova a toglierti l’orologio e a non avere intorno nessun altro strumento artificiale di misurazione, e poi dimmi cos’è un’ora.”
“Sessanta minuti.”
“E cos’è un minuto?”
“Sessanta secondi.”
“E cosa cavolo è un secondo?”
“In che senso?”
“ Se solo smetti di pensare a una lancetta che scatta lungo una piccola scala circolare mossa da un meccanismo o da un circuito elettronico.”
“Eh.”
“Prova a dirmi quanto dura un secondo. Che confini ha.”
“Dura quanto dire u-no. I confini sono la u e la o.”
“Quello è lo spazio che impiega una lancetta a percorrere una tacca del quadrante di un orologio. Ma togliti dalla mente la lancetta e la tacca e il quadrante e l’orologio e il nome, cosa rimane?”
“Non lo so.”
“Non rimane niente. Oppure tutto. Lo spazio è aperto di nuovo, fuori dalle leggi schiaviste dell’oggettività che non esiste.”
“Ma il ciclo della luce e del buio, esistono. Il ciclo delle stagioni.”
“I cicli sono infinitamente liberi. Infinitamente. Non hanno niente a che fare con la meschinità persecutoria e riduttiva delle scale millimetrate. Li puoi estendere come vuoi, farci stare dentro tutto quello che ti pare. Tra uno spazio ciclico e uno spazio cronometrato e calendarizzato c’è la stessa differenza che c’è tra una zebra libera di galoppare per i prati e una zebra rinchiusa in una gabbia di due metri per uno in un serraglio.”

Da “Pura Vita” di A. De Carlo (pag.188, Bompiani 2007)

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