Diario di bordo II

16/10/2012, Città del Messico,

Ci sono dei giorni che sembrano iniziare perfettamente, tutto funziona molto meglio del normale, e non ti sfiora mai il pensiero che potrebbe invece diventare una giornata terribile in poche ore.
Giornate come quella di oggi, in cui entro nella stazione metro e c’è il solito viavai di pendolari, ma al binario c’è qualcosa che non quadra: né nella zona designata alle donne, che ricopre i primi due vagoni, né all’altra estremità c’è la stessa quantità di persone che troverei normalmente in quella fascia oraria.
Le prime due stazioni volano via come niente, talmente silenziose che riesco ad ascoltare senza la minima difficoltà la voce di Colbie Caillat dal mio lettore, senza dover mettere il volume al massimo.
Scendo per la coincidenza e riesco a salire subito sulle scale mobili, dove non si crea nessuna calca, percorro la stazione per raggiungere l’altra linea, insieme a meno di cento persone. La gente che va verso la mia direzione è la maggior parte, quelli nell’altra fila sono meno e riescono meglio a fare slalom fra quelli lenti. In una condizione normale si sarebbe creato un vero fiume di gente, che straripa non appena si aprono le porte dei vagoni e si dirige verso le scale più vicine per invadere i corridoi in entrambe le direzioni, separati da un divisorio di ferro, che qualcuno osa oltrepassare.
Tuttavia oggi, chissà per quale ragione, non è avvenuto niente di ciò. Oltre a questo, la poca affluenza mi ha permesso di trovare posto a sedere senza fatica, e nella seconda tratta è vitale, perché è lunga 7 o 8 fermate fino all’Università. Il vagone era quasi vuoto, nemmeno l’ombra di un venditore, di gente con le casse nello zaino, di “Señores usuarios, en esta ocasión les traigo a la venta (*segue roba di incerta utilità)… 10 pesos le vale, 10 pesos le cuesta”, niente di niente, solo ed esclusivamente viaggiatori rilassati.

Esco dalla metro e mi dirigo verso le combi (o peseras), una sorta di furgoncino che porta di fronte all’Università alla modica cifra di 3 pesos (0,18 €), e lì vedo che la fortuna inizia a scemare: una lunga fila prima di poter salire.
Giro l’angolo e mi metto in fila, dietro una trentina di persone.
Ora, questa cosa della fila è qualcosa di tipicamente messicano secondo me, hanno un gusto macabro per le file perfette e rispettose, per ogni cosa qui si forma una fila interminabile, perché generalmente ovunque si vada c’è sempre un sacco di gente, soprattutto al bancomat, dove minimo trovi 10 persone prima di te, questa è una regola senza eccezioni.

Nel microbus ci stanno almeno 14 persone, quindi so che non ci vorrà molto per salire. Avanziamo un po’ e la signora addetta alle combi inizia a urlare “A LA UAM, A LA UAM!”, prendo posto all’interno. Tutti schiacciati e sobbalzanti a ogni dosso iniziamo a passare all’autista il nostro “pasaje”, nel giro di 5-6 minuti sono all’Università con un lieve ritardo, anche questo è totalmente normale, e pare essere tollerato.

Così hanno inizio tutte le mie giornate: mi dirigo in redazione, saluto tutti, scambi di battute, Juan ci fornisce il sottofondo musicale, si inizia a lavorare. Alle 14.00 o poco prima io e Rocío, la responsabile della divisione linguistica della rivista, usciamo per pranzare, dopodiché il viaggio in questa giungla metropolitana si ripete, al contrario.

Sembrerebbe piuttosto monotono, ma non lo è affatto, ogni giorno questa città ti regala nuove avventure e ti fa cogliere nuovi dettagli, come il bar sulla strada della metro che è l’imitazione di “Moe’s” dei Simpson, o le donne che si truccano eccessivamente durante il viaggio, uomini che fissano ragazze davanti a loro, altre che si piegano le ciglia con un cucchiaio, studenti appisolati, la sporcizia del pavimento, signore indigene che tornano dal mercato, persone sovrappeso che spizzicano patatine, indie ed emo coi capelli colorati, bambini che chiedono una monetina.
Tutto questo caos e vociare hanno il potere di far dimenticare le frustrazioni e  una giornata finita storta, riesci solo a pensare alla stanchezza che porti addosso, mentre il desiderio di una bella doccia migliora lo stato d’animo.

La metro è un microcosmo, una rappresentazione dell’enorme diversità di questa città. Una città che si dice immensa, finché non la si percorre di persona scoprendone i piccoli segreti, un passo alla volta.

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