Diario di bordo IV

Quando ho preso la decisione di partire per il Messico in realtà sapevo ben poco su questo paese e la sua gente. Certamente le guide sul web e le descrizioni di altri viaggiatori non erano una grande fonte di dettagli, ma se anche lo fossero state non avrei mai potuto capirle a fondo, senza contare che la diversità delle testimonianze, basate sui posti visitati e sul tipo di viaggio, mi mandava in tilt e non aveva nulla che assomigliasse all’esperienza che stavo per affrontare.

Ciò che si può apprendere dai giornali non è che una minuscola parte della realtà, anzi, spesso nemmeno le si avvicina. Le vicende politiche e sociali messicane sono complesse e piene di sfumature, c’è una varietà impressionante di piccoli fatti intrecciati fra loro e sui quali aleggiano grandi segreti di stato, inaccessibili al pubblico. Poi ci sono cose che di certo non fanno notizia, e cioè quello che succede quotidianamente nella città, nel tragitto verso il lavoro o il luogo di studio, che si possono solo conoscere di persona. Tutte quelle piccole realtà che non vengono descritte da nessuno: i venditori ambulanti, i mille mercatini, i tassisti spericolati, i mezzi di trasporto sgangherati, tra le tante cose.

Tutt’ora mi è difficile comporre una descrizione di questo posto e delle persone, ogni giorno scopro qualcosa di nuovo e che sconvolge l’idea che mi ero fatta su determinati aspetti. Questo popolo è talmente variegato che mi risulta complicato parlare di loro, dare un opinione su come sono fatti e quali sono le caratteristiche che saltano alla vista al conoscerli.
E mentre lo faccio, penso inevitabilmente alla loro lunghissima storia e alle loro radici pre-ispaniche. Perché anche se ormai son quasi totalmente occidentalizzati, anche se l’aspetto di questa città, sotto la quale ci sono millenni di storia, è quella di una megalopoli come New York o simili, penso che i loro avi abbiano lasciato qualche segno nella loro coscienza, nel loro modo di vivere, nella loro filosofia quotidiana.

O forse la mia visione resta ancora troppo eurocentrica e non riesco a prescindere da quell’idea ammaliante delle popolazioni antiche da cui i messicani discendono. Credo che molti di loro non siano nemmeno a conoscenza delle loro origini, di cosa sia stata la colonizzazione, dei giochi politici che si sono svolti tra i vari gruppi indigeni, dello sfruttamento che hanno subito, della lotta che portano avanti alcuni piccoli gruppi per far riconoscere i loro diritti e per riscattare la loro identità. Non posso non pensare a tutte queste implicazioni quando guardandomi attorno vedo tanti volti decisamente non-europei.

Ma d’altra parte penso sia un difetto di alcuni che vengono dall’altro capo del mondo, come me. Il difetto di immaginare che in quel mondo ideale si possa ricostruire la storia di una nazione, che tutti la capiscano e la sentano loro, che insieme lottino per riportare in vita quelle melodiche lingue, che si estinguono giorno dopo giorno perché qualcuno ha detto che dovevano dimenticarle e imparare lo spagnolo, che tutti prendano coscienza della situazione in cui vivono e si aiutino l’un l’altro.

Credo di non poter capire a fondo questo popolo, peccherei di presunzione. Ma non posso evitare di fare raffronti con la mia terra, perché spesso le opinioni delle persone su certi temi sono le stesse, vedo delle somiglianze in ciò che accade nel paese, in come funzionano certe cose. Eppure restano così diversi.
Per questo credo che l’argomento della mia tesi mi infervori tanto: perché vedo tutto questo come uno specchio della mia realtà, e forse perché pretendo di trovare una soluzione o per lo meno far sì che si discuta in modo costruttivo, guardando ciò che accade in altri continenti, affinché noi possiamo aprire gli occhi.

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