Idealizzare is (not) the way

Quest’ultimo anno ho imparato a dare un senso a uno di quei detti banalissimi e ultra-abusati. Uno di quei cliché assimilati a forza, di cui mi sono servita diverse volte, così come altrettante l’ho ignorato, nel bene o nel male.

Ci sono diverse metafore che esprimono il concetto a cui mi riferisco, ma il succo è “Non giudicare mai un libro dalla copertina”. Se avessi utilizzato questa formula tutte le volte che le circostanze lo richiedevano credo avrei fatto scelte migliori, oppure avrei potuto sbagliarle tutte. Perché il problema sta proprio nel capire quando è bene attenersi a questo principio – ossia quando dobbiamo essere cauti – oppure quando lasciarci trasportare dalle nostre impressioni. È solo che con alcune persone è così facile, basta poco per farci un’idea che poi si rivelerà pressoché corretta, mentre ci sono casi in cui essere imparziali e maturare un’idea globalmente accettabile è più complicato, si infilano troppi se e troppi ma, poche certezze.

people

Sono sciocchezze su cui soffermarsi, nessuno davvero ci dovrebbe riflettere così tanto. Eppure ultimamente ho iniziato a dare peso a questi dettagli. L’agire, o il solo pensare, impulsivamente mi ha spesso giocato brutti scherzi e non ci tengo davvero a cadere ancora nell’abisso della disillusione. Delle volte avrei voluto che qualcuno mi avesse dato uno schiaffo, levato il prosciutto dagli occhi e prestato una lente di ingrandimento. Ma la verità è che quando siamo così convinti delle nostre supposizioni (un accostamento non a caso ossimorico) perfino le campane suonano mute.

Quante volte abbiamo inesorabilmente sbagliato? Le sue sembianze ci appaiono, a una prima occhiata, la cosa più affascinante che ci potesse capitare, un ideale fattosi realtà. Così, imprimiamo quell’immagine nella nostra mente, per noi esiste soltanto in quel modo, è così che ci aspettiamo sia sempre. Poi arriva il momento in cui il guscio pian piano si schiude e ci accorgiamo che le nostre congetture erano errate, che quell’immagine altro non era che una sagoma di cartone, e pure di buona fattura. Allora cerchiamo di ricalibrare, aggiornare i dati, ma ormai quella figura è stampata sulla nostra cornea, immutabile. La sagoma di cartone, abbattuta dal vento, inizia a svanire, rapidamente come l’abbiamo costruita, e a noi resta solo un po’ di carta spiegazzata in mano e un sapore amaro in bocca. Di nuovo. Ci diremo poi che non è colpa sua, è colpa nostra, che abbiamo riversato sogni e visioni idilliache su un altro essere, ignaro di quanto stesse accadendo.

Non a caso, sto cominciando a pensare che la cosa migliore sia essere pazienti e silenziosi osservatori. Cosa che potrebbe azzerare la socialità, in alcune circostanze. Ma se l’alternativa è costruire castelli mentali sul poco che abbiamo capito di qualcuno, allora preferirei di gran lunga passare per timida e scavare tra le parole, i gesti e gli sguardi. Non sarà un metodo infallibile, eppure ho la sensazione che, in qualche modo, assottiglierà il mio margine d’errore. O, quantomeno, lasciatemelo credere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...