Non tutte le tigri vengono con le strisce – Principesse Scalze, ep. 3

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Photo Credits: Claire Gillman

Affanno, qualcosa mi preme sullo stomaco, qualcosa che dentro pulsa e mi rimescola le viscere. Il battito accelera, accelera, me lo sento nei polsi, sul collo, dentro le orecchie. Tremo, non ho né caldo, né freddo. Le mie mani si muovono a ritmo frenetico, mentre ripongo il fazzoletto nella borsa, la palpebra destra vibra, tutto il corpo è impegnato in un drum&bass fuori tempo. Tra poco sarò a casa e metterò finalmente tutto da parte.

Sul bus continuavo a pensare alla serata appena finita e a tutte quelle che si erano concluse allo stesso modo: io che saltavo sulla sua macchina di nascosto, dopo essermi accertata che nessuno dei miei amici vedesse.

Ho cercato di non lasciarmi destabilizzare dalla sua presenza: ogni volta che distoglieva lo sguardo mi sentivo invasa da una malinconia improvvisa e talmente intensa che credo di non aver mai cantato così bene quella canzone che parla di lui. Proprio come una sciocca adolescente alle prese con la sua prima cotta, così proiettata su una realtà modificata, ma abbastanza sveglia da realizzare che era così cocciuto, scorbutico e lunatico da essere assolutamente perfetto. Mi ignorava, e io gli dedicavo sempre più attenzioni. Mi dava buca, e io gli chiedevo di uscire con me il giorno dopo. Mi parlava di altre donne, e io mi sentivo lusingata. Giocava con le parole, e io gli consegnavo il mio cuore. Sbagliava, e io sistemavo i suoi errori. Vinceva, e io lasciavo che scartasse uno ad uno gli strati della mia fermezza.

Un livello di servilismo che non saprei davvero comparare. Ne ero cosciente e al tempo stesso ero paralizzata da un sortilegio che non riuscivo a spezzare. Totalmente avvolta dal suo profumo e dal suo insito magnetismo. In tutto ciò mi sentivo libera come non mai.

Mi stava mangiando lentamente, come una tigre con la sua preda. Squarciandomi la pelle con gli artigli, affondando i suoi denti nella carne, mentre con le zampe mi immobilizzava la gola. Di lì a poco mi avrebbe seppellito tra i cespugli.

Scendo dal bus, lo vedo accanto a una panchina a pochi metri dalla fermata. Cammino verso di lui, posso già vedere che indossa quella faccia severa – l’unica che possiede, dopotutto -, percepisco l’inflessibilità dei suoi grandi occhi blu dietro gli occhiali da vista, riconosco l’ombra della sua postura aristocratica. E’ così sbagliato che me ne innamoro ogni giorno di più.

Mi affianco a lui, mi porge la mano, tolgo la mia dalla tasca del cappotto, avverto l’inconsistenza della sua stretta, le sue dita si sciolgono tra le mie, la pelle si sfarina, presto noto che non sto più stringendo nulla, la mia mano destra è vuota.

Incredula, volto il palmo all’insù, con la mano sinistra prendo il fazzoletto dalla tasca, pulisco la destra dalle gocce di sangue. Affretto il passo, si sa, le tigri sono svelte.

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