Impronte – Principesse Scalze, ep. 4

Impronte_Principesse Scalze 4
Photo Credits Peter Morgan

Seduta là, in attesa del prossimo soffio di vento che le scompigliasse la frangia e le gelasse la fronte, osservava il buio che copriva la stazione minuto dopo minuto e le persone sulle panchine, vittime del freddo ostinato. Pensava a quei fiocchi di neve che sentiva arrivare, anzi, li vedeva già posarsi sui binari e la campagna che avrebbe attraversato.

Macondo le aveva impresso un’immagine desolata della realtà, credeva che tutto stesse per andare in rovina allo stesso modo, tutto attorno a lei presagiva quella fine. La notte faceva strani sogni: palazzi che crollavano senza alcun intervento di agenti esterni, se non il degrado causato dal tempo; macchine arrugginite si sbriciolavano in una polvere ramata, mentre gli alberi scheletrici nelle strade si piegavano su loro stessi, privi di qualsiasi linfa vitale.

Si svegliava avvolta in una candida apatia, come se quegli eventi surreali non la stupissero affatto, era piuttosto ansiosa di assistervi. Non provava paura o inquietudine all’idea che tutto potesse sgretolarsi improvvisamente, lo considerava inevitabile. Il crollo era imminente e lei lo accettava senza opporsi. A volte, però, si sorprendeva a sperare ancora nella possibilità che qualcosa resistesse all’abbandono e al disfacimento, ma erano piccolissime cose di cui avrebbe comunque potuto fare a meno. Non attribuiva a nessuno la colpa di tale condizione, sosteneva che non ci fosse bisogno di indagare a fondo.

Aveva sempre pensato di avere una visione del mondo totalmente distaccata da quella comune, come se ci vivesse senza esserne influenzata. Come un visitatore di passaggio che non lascia tracce, né interviene sulle situazioni. Sino a quel momento le uniche impronte che aveva lasciato erano quella manciata di quadri venduti al mercatino della domenica, a cui aveva presenziato una sola volta. Se ne era separata facilmente perché non li aveva mai percepiti come una parte di sé, trovava curioso come potessero invece assumere significato per gli altri.

Non aveva mai preteso nulla dall’universo, non aveva mai pregato Dio affinché le andasse bene un compito in classe o perché le sue rose non appassissero. Quella era stata la prima volta che aveva desiderato qualcosa per sé, l’egoismo era un sentimento nuovo, non sapeva nemmeno da dove arrivasse. Tutto ciò che aveva chiesto era che finisse in fretta, che si sollevasse dal suo ventre, che quel macigno che sentiva premere su di sé potesse trasformarsi in polvere, che qualcosa estirpasse quei rovi laceranti e che una pioggia gelida estinguesse le fiamme sulla sua pelle.

I fiocchi di neve cominciarono a depositarsi dapprima sulle sue spalle, silenziosi e impercettibili, poi disegnarono dei pois irregolari sui suoi jeans. Aprì un palmo per cercare di trattenerne qualcuno, ma si tramutavano in fresche goccioline non appena si posavano tra le pieghe della sua mano. Quella lieve sensazione refrigerante durava abbastanza da darle sollievo, le ricordò quanto il freddo potesse essere confortante.

Si alzò e fece qualche passo verso il treno, ebbe la sensazione di aver lasciato qualcosa sulla panchina dove sedeva. Voltandosi indietro, vide che le sue scarpe avevano impresso delle orme sulla neve, le ripercorse con lo sguardo sino al punto dove stava in piedi, quindi proseguì verso il binario, perché ciò aveva lasciato era una di quelle piccole cose di cui avrebbe potuto fare a meno.

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