A piedi nudi

Mi fermo di fronte al vortice, non cerco più di fuggire, lo sento risucchiare i detriti, prima di trascinarmi via con forza. Guardo in basso, verso il punto in cui poco prima avevo impresso le mie orme ed ecco le mie scarpe, maledette traditrici, e penso che dopotutto sarà più facile saltare sulle nuvole a piedi nudi.

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Figli delle onde

Tutto ciò che la terra non riusciva a offrirgli, lo trovava in mare.

Era vittima di un richiamo intenso e incessante, talmente abissale da percorrergli tutto il corpo, per poi fermarsi e concentrarsi al centro del suo petto. Lì, dove il giogo premeva più forte, che solo il mare riusciva ad alleggerire.

Sospinto sovente da venti irruenti e talvolta da morbidi soffi, quel male pareva dissolversi in schiuma e posarsi sulla riva, dove inerme giaceva sperando che una favorevole onda gli permettesse di continuare a intossicare.

Il sole, ancora alto, bruciava gli occhi e riscaldava i piedi nudi, che cercavano riparo sotto la sabbia umida. Osservava il moto ripetitivo dell’acqua, seduto sotto un’insenatura che non riusciva a schermare quei prepotenti raggi.

Pensò a quanto fosse infinitamente affascinante e confortante farsi avvolgere da quella incombente massa d’acqua. Cercare di domarla sarebbe stata una sfida senza reali avversari, aveva le sembianze di un’insolita alleanza, gli elementi a suo favore. Anima e materia intrecciate: un verdazzurro mantello per proteggersi da tutto quello che nuoce e tormenta. La seconda pelle che scarta via quella usurata e lacerata facendosi più dura e tenace. 

Immerso nel magico fluido, le sue linee via via più sbiadite, portava addosso il meraviglioso.

Ossa e pelle

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Siamo ossa e pelle e niente più.

Siamo frammenti di un mosaico, parti smontabili di bambole di plastica.

Siamo paragrafi di un libro d’anatomia.

Abbiamo tutti un cuore e mezzo.

Cosa c’è che ci rende diversi?

Cosa ci attrae di quegli occhi?

Cosa ci spinge a preferire certi invisibili organi rispetto ad altri?

Questi corpi non sono altro che involucri, sovraccoperte rovinate che scuoiamo quando il freddo è più pungente. 

Persino il calore ci rende vulnerabili.

Acceptance

The hardest part is to learn to live with yourself, taking zero care of nobody else.
Then, the challenge is to live with someone else and remember who we were and who we are.

Victory comes when we manage to bind the hearts, save our own soul and be the keepers of our happiness.

Goodbye misantropia (for now)

98837-Anti-SocialPer tantissimo tempo, non saprei specificare se mesi o anni, ho sempre ritenuto di essere fondamentalmente una persona che non sopporta la gente e che preferisce isolarsi piuttosto che stare in mezzo ad altri essere umani, i sintomi erano piuttosto evidenti e in certi giorni particolarmente accentuati.

Ho passato molti momenti da sola, godendomi fino in fondo la solitudine in casa o fuori, facendomi i fatti miei, coltivando i miei interessi o semplicemente dedicandomi all’ozio sfrenato sul divano di casa. Ho spesso rifiutato di uscire anche quando a chiedermelo erano i miei più cari amici, perché la prospettiva di una serata a casa, davanti al camino, mi sembrava più piacevole. La verità è che non trovavo motivante né interessante uscire per incontrare persone. So che i miei amici, leggendo queste parole si potrebbero risentire, ma è una di quelle cose su cui voglio smettere di mentire a me stessa e agli altri, ma soprattutto a me stessa, per quanto possa suonare cinico e antipatico, è la nuda verità. Non credevo di potermi divertire a sentire e condividere racconti o pettegolezzi, a discutere di attualità e interessi, tutto mi dava la nausea e mi faceva sentire nel posto sbagliato. Coccolare il gatto, fare zapping, leggere fino all’una di notte, fare ricerca per la tesi, navigare senza meta, erano un ottimo programma alternativo, senza contare il fatto che il solito bar e le solite facce mi avevano ormai annoiato allo sfinimento, sia che mi trovassi nel mio paese che a Cagliari. Non che mi aspettassi che ogni serata fosse “leggendaria”, ma quella routine non era più invitante per me, non era stimolante.

Non mi piaceva stare con la gente, in sostanza, non sapevo parlarci, né ascoltare, non riuscivo a scherzarci, anzi, facevo delle clamorose figuracce per il mio sarcasmo che non veniva recepito. Quello che avevo da dire mi sembrava inutile e privo di interesse per gli altri. Odiavo tutto e avevo la sensazione che tutti mi odiassero. Ero certa che quella fossi io, e chissà come, andavo fiera di questa parte di me che costituiva una fase precisa, che so bene quando è iniziata, e credevo sarebbe stata definitiva.

Ma così come ogni favola che si rispetti, – o, in genere, come ogni fase che arriva al termine- , di colpo, o forse progressivamente, qualche potere sconosciuto mi ha tramutato in una persona meno scontrosa e acida. Un po’ come la Bestia si ritrasforma in un bellissimo principe, ad eccezione del fatto che non avevo ricevuto alcun bacio che mi facesse mutare in un essere splendido.
Tuttavia, qualcosa era cambiato, da estrema asociale ho iniziato ad avere un grande bisogno di socialità, di parlare, di condividere, di ascoltare, di interessarmi alle storie degli altri, di partecipare e di coinvolgere. Ho aperto occhi e orecchie, e per quanto al mondo ci sia molta merda, ho iniziato a vedere anche dell’oro. Ho capito che stare da soli è bello, è piacevole e utile, e sarei ipocrita se nascondessi che amo ritagliarmi dei momenti solo per me, in realtà, la maggior parte delle ore delle mie giornate le trascorro tra le mie attività e i miei pensieri. Ma ho bisogno di un time-out da me stessa, ogni tanto. Ho imparato che alcune cose posso farle da sola e mi danno molta più soddisfazione, ma se per altre devo chiedere il supporto di altri o solo la compagnia, non c’è nulla che mi impedisca di farlo, e non per questo mi sento meno indipendente o forte. Ho iniziato a sentirmi meno inadeguata in mezzo a persone che conosco appena, ho smesso di rinchiudermi nel mio piccolo mondo delle amicizie sicure e fisse e ho fatto ingresso in un mondo più ampio di conoscenze. Non avrei mai pensato di esserne capace, di slegarmi dalle mie convinzioni e dalla mia chiusura mentale verso gli altri. Tanto meno avrei mai immaginato di sentirmi stimolata e motivata a uscire di casa propriamente per vedere altre persone e passare qualche ora in compagnia, tanto da risentirmi un po’ se la serata salta. Ma ciò che mi ha sorpresa di più è stato l’ulteriore cambiamento che questa situazione ha scatenato: tutta questa ritrovata socialità ha riattivato tante idee e progetti che avevo riposto nel cassetto, mentre ne sono sorti dei nuovi. Credo che, per la situazione che mi ritrovo a vivere, non ci sia altro rimedio che questo per stare bene e non impazzire o cadere nella paranoia più pura. Per salvarmi devo tenere la mia mente attiva e concentrata su qualunque cosa possa costituire un piacere, un sollievo anche momentaneo.

Questo è il punto del post in cui, solitamente, tiro le somme e concludo con qualche bella metafora ottimista. Oggi credo che sia superfluo analizzare pro e contro, è solo la constatazione di uno stato di cose, probabilmente di scarso interesse per i più.

Di un insolito autunno e arrampicate

Che strano Autunno, questo. Sarà che è il primo in cui la mia routine da studente non si ripete, ma è sicuramente un insolito Settembre quello che è appena finito. Era già stata una strana estate e i mesi e le settimane che si susseguono velocemente continuano a sembrarmi strani.

Nelle mie precedenti estati non sono andata al mare tanto di frequente, almeno da quando ho iniziato l’Università, in realtà, non avevo tante occasioni per andarci, oppure le evitavo, perché non ne avevo poi così tanta voglia. Non ho mai capito questa mia avversione per la spiaggia, ma credo che tutto fosse riconducibile alla mia impossibilità di rilassarmi, semplicemente non concepivo di riuscire a starmene ferma, distesa, a non fare nulla. Se poi si aggiungono tutti i lati negativi del recarsi al mare (affollamento, viaggio, noia) ecco spiegato perché non lo amassi tanto.  Sicuramente, incidevano altri fattori, come i sensi di colpa per l’imminente sessione di Settembre e un senso di nullafacenza che non potevo accettare.

Così, le mie vacanze duravano circa 2 settimane, nelle quali non facevo che pensare alla sessione appena conclusa e agli impegni di Settembre, quegli esami fissati quasi nei giorni della Festa di Marceddì e i pulsanti Consigli, le riunioni, le e-mail a cui rispondere. Da anni non mi concedevo un’estate davvero serena e lunga, tanto da fare il bagno a fine Settembre (mai successo in questi noiosi 27 anni). Ma di questo non posso darne colpa all’Università, perché a me, in realtà, piaceva così: essere sempre pronta a nuove sfide, aggiungere impegni e responsabilità alle mie giornate già piene, non fermarmi mai e con la mente sempre in cerca d’altro.

Non che ci fosse un vuoto da riempire poi, anzi, direi che proprio adesso mi trovo al centro di una diga secca, il cui impianto è, per chissà quale ragione, difettoso. Eppure sono certa che non appena l’acqua inizierà a scorrere raggiungerà in breve tempo un buon livello, ma io vorrò aggiungerne altra, fino al bordo, fino alla massima capienza. 

In questo momento è come se stessi vivendo due vite, più o meno come quando studiavo e vivevo a Cagliari e tornavo al mio paese quelle poche volte al mese. Solo che questa volta non ho un posto da chiamare casa mia e non c’è una dead-line. Sono divisa tra due case, due realtà, due paesi, due me. Da una parte la vita che mai avrei desiderato e che rifiuto; dall’altra, quella che avrei avuto se non ci fosse stato quell’importante cambiamento chiamato trasloco. E’ come tentare di sovrapporre due calamite dalla parte sbagliata.

Lo so bene che questa fase è transitoria, che sarà rimpiazzata da un’altra stagione, it’s a matter of seasons. So che niente resta fermo, che non c’è nulla di stabilito, e questo forse un po’ mi spaventa, ma d’altra parte mi entusiasma e da la carica a quel vecchio carillon che porto dentro. Ciò che ora so per certo è che non sentirò mai questo posto come casa mia: le strade, i luoghi e le persone non sono nulla, se non discreti soggetti da fotografare, per un turista di passaggio che ammira il panorama e se ne fa ammaliare per qualche secondo. 

So che continuerò a cercare un posto che possa sentire mio, dove proseguire la mia vita e coltivare i miei interessi. Che sia vicino o lontano poco importa, conteranno le sensazioni che mi trasmette e le possibilità che mi darà. E’ il periodo più incerto che abbia mai vissuto e sto lottando come mai ho fatto prima per non cedere e restare salda a quella roccia minacciata da frequenti terremoti e forti venti.
Il lato positivo è che per la scalata ho portato con me qualche picchetto e buone corde.