Choices

Sometimes our friends’ choices seem rather pointless to us, but we should keep close to them whether they appear to be making a mistake or going the right way after all.
Judging can’t be helpful.

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Non è un mondo per single (o “Quando tutti i tuoi amici sono fidanzati”)

vignetta3Da settimane, ormai, volevo scrivere su questo tema, ma la consapevolezza di avere tanti amici non-single (approssimativamente il 98% delle mie conoscenze) mi ha portata a rifletterci eccessivamente e a domandarmi se davvero volessi rischiare di addentrarmi in un discorso tanto complicato e con numerose possibili ripercussioni. Tuttavia, la filosofia del “sticazzi” ha avuto la meglio, e vada come vada “i veri amici ci saranno sempre”.

La constatazione che dà il titolo a questo post nasce da mesi e mesi di osservazioni costanti e ravvicinate di soggetti appartenenti alla specie degli “appivellati”, ossia le classiche coppie, quelle vere, non quelle apatiche. Il campione scelto per la ricerca, arricchito da partecipanti ignari, esaminati durante gli ultimi anni, si è dimostrato piuttosto omogeneo sotto diversi aspetti. Tuttavia, lo scopo di questo post non è quello di descrivere le tendenze e le manie delle coppie (argomenti già ampiamente trattati sui migliori siti di informazione nazionali e non), sebbene sia un tema piuttosto intrigante, ma ciò che mi preme raccontare è quello che certe situazioni e abitudini suscitano in una persona diversamente provvista di partner.

Mesi fa, svegliandomi dal torpore dell’estate appena finita, mi sono improvvisamente resa conto che, salvo alcuni individui, tutte le persone con cui esco abitualmente sono coppie. Una rivelazione sconvolgente, un fulmine a ciel sereno (passatemi la metafora banale). Come ho potuto non accorgermene prima? Come ho fatto a vivere tutto questo tempo con la consapevolezza del loro essere fidanzati ma senza realizzare ciò che questo status comportasse? Non volevo crederci, sono stata così stupidamente cieca.

Ma che sarà mai? Direte voi, persone avvezze a questo tipo di situazioni. Ecco, la verità è che accorgersene così di colpo cambia tutto, le scelte e le abitudini dei miei amici mi sono parse subito così chiare e giustificabili, insindacabili.

Cosa comporta il fatto che tutti intorno a me siano fidanzati? Cambia la mia percezione delle cose, perché da questa posizione isolata e distante posso vedere che questo non è un mondo per single.

 Non lo è perché quando si organizza una cena e sei quello single finisci inevitabilmente a capo-tavola, non lo è perché se i tuoi amici hanno un altro amico single cercano di propinartelo, presentandotelo sotto la sua luce migliore, così, di lì a poco, potrai essere chiamato a partecipare alle serate di coppia; così puoi ricominciare a essere felice anche tu, che sei triste e pessimista perché sei single, o peggio: sei una gatta acida in crisi di astinenza o un orso scontroso in crisi d’astinenza. Mai nessuno che si sia accorto che siamo sempre stati così acidi e cinici.

 Non è un mondo per single, soprattutto quando tua madre ti fa notare che lo sei mentre tutti attorno a te si sono già sposati, hanno 5 figli, hanno delle bellissime vite in meravigliose casette, con un cane e lo steccato bianco in giardino. E tu cos’hai? Gatti, molti gatti, e libero arbitrio.

 Non è un mondo per single perché in molti si chiedono perché tu lo sia, perché non abbia trovato qualcuno, una persona che ti completi e dia un po’ di senso alla tua vita. Come se la nostra ragione di vita debba risiedere nell’esistenza e nella presenza costante di un’altra persona, senza la quale non siamo nulla, anzi sì, siamo un’ombra vuota attaccata alle sue scarpe.

 Non è un mondo per single perché mentre tu hai tutto il tempo del mondo e vorresti usarlo per uscire, incontrare gente, vedere posti diversi, gli altri vogliono trascorrere qualche ora con i loro amati, guardarsi negli occhi e tenersi per mano, restare in casa che domani la/o vedo o godersi un film sul divano (e lo ripeto per non incappare in fraintendimenti: insindacabile). È come se il mondo esterno avesse perso importanza, come se tutto il resto non contasse e non esistesse più, tranne quella unica cosa che ci rende felici.

 Non è un mondo per single perché guai a vedersi al bar con un amico, che chiunque ti abbia visto sta già facendo congetture su quando sia iniziata questa storia d’amore, e quanto stiate o non stiate bene insieme, o come ti stia gettando tra le braccia del diavolo, e come è strano che la settimana dopo ti si veda con un’altra persona. Oppure, siccome siamo nell’era digitale, le interazioni su Facebook con persone dell’altro sesso sono segno inequivocabile di un flirt in atto, senza ombra di dubbio. Via con la gara di gossip.

Non è un mondo per single, per queste sciocche e altre noiose ragioni. Ciononostante si sopravvive in questa realtà ostile piena di pacchetti vacanze per coppie, cene per due e trappole da SanValentino. La verità è che, grazie a tutto questo tempo da soli, siamo in grado di riscoprire chi siamo, lavorare su noi stessi, riflettere, osservare a 360°, sviluppare una mentalità individuale e tante altre cazzate che si leggono su DonnaModerna. Quindi, no, non sono invidiosa dei miei amici fidanzati, non scrivo questo post per gelosia, piuttosto per prendere le distanze.

Tutto questo inutile e arrogante sproloquio è fine a se stesso, perché sappiamo bene che quando incontreremo quell’individuo speciale non esiteremo un istante a mettere in atto gli stessi atteggiamenti dei nostri amici, quelli che a volte condanniamo e non condividiamo, e non ci sentiremo in dovere di giustificarci per questo, perché è scontato, naturale. Altrettanto naturalmente condanneremo il cinismo degli altri e ci conformeremo come androidi senzienti all’inesorabile destino, quello che i nostri amici si augurano.

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Disclaimer

POST AD ALTO CONTENUTO DI IRONIA (che a tratti sfora nel cinismo).
Ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente involontario, ma utile all’architettura del post.
Chiunque si sentisse offeso ha tutta la mia compassione.

Quello che non vi hanno mai detto sulle “taglia38”

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Un po’ di tempo fa, durante una prova di speaking per la preparazione di un esame, la docente mi chiese di parlare del mio rapporto con il cibo. Lei, di certo, si aspettava di sentire le mie abitudini alimentari, ma ci aveva insegnato a parlare a ruota libera e a essere spontanei, facendo attenzione a creare un discorso coerente e strutturato. Così, iniziai premettendo che il mio rapporto col cibo è sempre stato problematico, che a causa delle intolleranze alimentari scoperte a 5 anni non potevo permettermi di mangiare tutto ciò che avrei voluto e che forse questo incideva sulla mia già esile forma fisica. Le ho detto che ho provato tante volte a mettere su qualche kg, ma sempre con risultati scarsi o temporanei, e che, inoltre, mi era spesso difficile decidere cosa cucinare e mangiare. Le ho poi rivelato che tutto questo era frustrante perché se solo fossi stata meno magra avrei potuto avere il privilegio di indossare abiti che mi calzassero alla perfezione, come fanno tutte.
La docente, forse mossa da solidarietà femminile, mi rispose che, a parer suo, tutto ciò non avrebbe dovuto costituire un disagio e mi rivolse un’ultima domanda su ciò che secondo me si potrebbe fare per assumere una alimentazione sana e sentirci bene.

Ora, io sono magra (a volte mi sembra di vedermi in mezzo a un gruppo di supporto quando lo dico a voce alta), probabilmente sono sottopeso di 2 o 3 kg, ma non credo di essere molto più magra delle ragazze con una simile costituzione. Eppure la cosa sembra sorprendere sempre parenti e conoscenti, a ogni riunione o incontro casuale.
Mi è capitato spesso, soprattutto con il sopraggiungere di temperature miti, di notare persone che mi squadrano con la loro vista a raggi X, a metà tra invidia e disgusto. Tutte le volte avrei voluto scuoterli per le spalle, costringerli a guardare il loro riflesso sui vetri del bus e chiedere loro se per caso abbiano scelto di vivere in quel corpo. Così, per fare conversazione.

Ho una notizia sensazionale per tutti questi inguaribili soggetti: essere magri non è esattamente un paradiso, non vuol dire essere belli, né sexy, né più desiderabili o sicuri di sé. Essere magri è una tortura soprattutto con i saldi, sfido chiunque a trovare una XS o una 38/40 di jeans in mezzo a tutta quella merce avanzata. Sono “skinny” da quasi 27 anni, ho perso e riguadagnato peso negli ultimi 4, e se, come dite,  è davvero una “fortuna” essere come me, allora vorrei proprio capire quello sguardo storto mentre vi passo affianco. Riesco a leggerlo nei vostri occhi: “che anoressica”, “questa dev’essere a dieta da una vita”, “bleah, scheletrica”. E dire che non faccio il minimo sforzo, vorrei proprio dirvelo in faccia che mangio come una mucca, che sfrontata.

Non mi sono mai espressa veramente su questo argomento, perché sarebbe un pippone tremendamente tedioso da buttare addosso a chiunque, ripetutamente, mi apostrofa con saluti del tipo:
“Sempre più magra tu eh”
“Oh ma 2 kiletti in più non ti starebbero male”
“Ma vuoi diventare Miss con questa linea?”
“Ce, ma sei dimagrita ancora?”
“Ge no ti strobba su grassu”
“Che magra! Ma tu fai molto movimento, vero?”
“Ma… mangi?”.

No, non faccio sport. Sì, si può dire che abbia (avuto) una vita frenetica. No, non ho problemi di tiroide. Sì, i miei ormoni sono a posto, così come il mio intestino (mortacci vostra). No, non sono a dieta. Sì, mangio abbastanza. No, sono sempre stata così, dio santissimo!
Queste son solo alcune delle rassicurazioni che devo elargire ogni volta che qualcuno cerca di dare una spiegazione al mio stato fisico, perché, evidentemente, è davvero sorprendentemente inusuale!

Ne parlo apertamente ora, perché la questione non mi tange più. È da un bel po’, ormai, che ho imparato ad accettarmi per come sono, persino ad apprezzarmi, invece di mortificarmi e odiare le parti ossute di me. Tutti i commenti e gli sguardi ricevuti negli anni hanno avuto, forse, lo stesso effetto degli insulti rivolti verso una qualunque ragazzina obesa. Le osservazioni si accumulano, penetrano sempre più nella coscienza e formano una montagna di inadeguatezza che impedisce di uscire dalla condizione in cui ci si trova, perché si pensa costantemente a quello, diventa un obiettivo irraggiungibile e, ovviamente, non fa vivere bene. Le persone possono essere estremamente cattive, ma noi possiamo essere ancora più meschini con noi stessi. Così, quando finalmente la smetteremo di sentirci orrendi e sbagliati, avrà inizio una delle fasi migliori della nostra vita.

So che sembra un paradosso, ma io mi auguro che le ragazze cessino di desiderare di essere magre e cerchino invece di tenersi in forma in modi genuini. I canali delle nostre tv sono pieni di programmi su ragazze grasse che piangono davanti allo specchio, agognando quella linea perfetta di modelli stereotipati. Devo essere nata con qualche neurone installato al contrario, perché anche io, quando mi guardavo allo specchio non mi piacevo per nulla: “oddio, guarda le costole in evidenza, le ossa sporgenti del bacino, queste coscette inesistenti, braccia ossute e lunghe, profilo sottile. No, che schifo”. Mentre sognavo un corpo pieno di forme, rotolini, polpacci pieni, guance cicciotte e braccia e spalle più robuste.

Sono arrivata a credere che tutti quei commenti non abbiano fatto altro che farmi odiare di essere magra, portandomi a pensare che fosse sbagliato, che avessi qualche “problema”, perché è impensabile essere così senza impegno e senza colpe. Ci son stati dei periodi in cui pensavo continuamente a come risolvere la mia situazione, a quali esami potevo fare e da che specialista potermi recare, non mi sentivo affatto a posto, né “bella” o accettabile, sentivo che in me c’era qualcosa che non andava. Volevo mettere a tacere tutte quelle voci fuori e dentro della mia testa, perché io non volevo essere così, non ero come avrei voluto.

In realtà non so dire quando sia successo o cosa abbia scatenato il mio cambiamento di vedute. Probabilmente mi sono guardata più profondamente di quanto non avessi mai fatto prima e quell’immagine davanti allo specchio è diventata progressivamente una figura piacevole. Nel momento in cui ho smesso di badare troppo alla mia alimentazione ho iniziato a sentirmi decisamente meglio. D’un tratto trovare dei vestiti che mi stessero bene è diventata una missione possibile, spesso la 38 mi si ferma alle cosce e non sale di più.
Sebbene abbia sofferto molto per un problema che non è mai esistito davvero, ho trovato il modo di mettere in muto le persone ogni qualvolta tentino di prendere quel discorso, non sanno che si stanno addentrando in un’area dove le trappole son state messe da loro stessi, io oramai conosco quel sentiero e so bene come evitarle e lasciare che acchiappino le loro gambe.

Noi potremmo pure essere consapevoli di stare bene così come siamo, ma credo che molti non capiranno mai che ci sono tantissimi argomenti di conversazione oltre all’irrefrenabile constatazione dell’aspetto di chi si ha di fronte. Ci sono infinite forme più gradite di rivolgersi a una persona, soprattutto quando non sappiamo come potrebbe reagire a certe nostre esternazioni. Ma sperare in un atteggiamento del genere equivarrebbe a fantasticare su uno storico quanto inverosimile upgrade dell’umanità, e francamente mi rifiuto di crederci.

The teacup

Last month my kitty jumped on the credenza and a cup fell on the floor, while she was looking for the perfect spot to lay. At first I thought about throwing everything away, but soon I collected the pieces of that old cup and started rebuilding it with some sort of special glue. The result was quite satisfying, although a piece was missing.

It suddenly reminded me of the story of the chipped cup in Once Upon a Time tv series, and the meaning of my cup changed in a moment. It was the symbol of hard times and effort, of lost and won love. What else could it be in a movie about fairy-tales?

Whenever I look at it now, I don’t see it as an incomplete, ruined, useless and ugly object, despite the cracks and the messy patchwork. Beyond its imperfection there’s so much beauty and shine. It always gives me hope, whispering me that even in what could seem so raw and flawed there could hide pureness and brightness, if you just look deeply or slightly change point of view, with eyes wide open and weightless soul.

the teacup

From Once Upon a Time season finale:

Belle: “Rumplestiltskin, this thing we have, it’s never been easy. I’ve lost you so many times. I’ve lost you to darkness, to weakness, and finally, to death. But now I realize, I realize that I have not spent my life losing you. I’ve spent my life finding you.”

Rumple: “Belle, when we met, I wasn’t just unloved, and unloving, I was an enemy of love. Love had only brought me pain. My walls were up, but you broke them down. You brought me home. You brought light to my life and chased away all the darkness. And I vow to you, I will never forget the distance between what I was and what I am. I owe more to you than I can ever say. How you can see the man behind the monster, I will never know.”

Belle: “That monster’s gone. The man beneath him may be flawed, but we all are. And I love you for it. Sometimes the best book has the dustiest jacket. And sometimes the best teacup is chipped.”

Midnight thoughts

Una delle cose che mi lasciano più perplessa del genere umano è la sua capacità di rivolgere le stesse domande o usare le stesse constatazioni a ripetizione, senza accorgersi per niente di essere fuori luogo, di poco tatto o in un loop di idiozie e luoghi comuni. Alcuni, credo posseggano una memoria selettiva, per la quale dimenticano qualunque regola del vivere bene comune.

Penso che per nessuno di noi sia facile sfuggire agli incontri casuali di conoscenti per strada, ancora più difficile è essere evasivi su certi argomenti. Il mio tormentone del momento è, ovviamente, la vita a Curcuris. Ormai, chiunque mi trovi per strada a Terralba o chi, in generale, non mi vedeva da un po’, non può evitare di fare quella domanda, posta addirittura prima del sempreverde “Come stai?” o il classico “E stai lavorando?”. Io so che la curiosità è tanta, ma non crediate che non mi accorga di quello scherno appena accennato – non sempre privo di malizia -, di quella sottile provocazione legata a un senso vago di superiorità. Una risposta sgarbata non cambierebbe nulla e una sarcastica potrebbe non essere colta.

Così, vi do quello che volete sentire, parole scritte nella mia mente da mesi, che sono costretta a pronunciare per compiacervi, per farvi stare sereni e appagati. Ma voi mi tentate, andate in profondità e non vi accontentate di quelle poche parole. Arrivate a compatirmi, a sviscerare i miei presunti pensieri, a immedesimarvi in me, l’ultimo stadio evolutivo della conversazione (eppure credevo di aver studiato bene). Quella compassione vi si legge proprio in faccia, ma come faccio a dirvi che è inutile, che potete tenerla in serbo per un funerale o un’auto bruciata? Che così non fate altro che andare nella direzione sbagliata tirando fuori dei fantasmi che ho già scacciato? Perché io ho imparato a combattere i miei mostri ben prima che voi vi preoccupaste della mia “condizione”. Non capisco nemmeno come ora sia finita al centro di discorsi altrui, quasi come una rockstar, un esempio da tirare in ballo, o semplicemente un pettegolezzo da esibire in vicinato mentre si prende il fresco. Ma quand’è che la mia vita tutto a un tratto s’è fatta così interessante? E io che credevo fosse noiosa e senza colpi di scena.

Fino a qualche tempo fa credevo di non avere nemmeno più nulla da scrivere, di non avere più sogni. Credevo di aver ceduto alla monotonia e alla tristezza di qualcosa che non ho scelto io, di sentirmi stretta e sbagliatissima in questo posto, di aver perso tutto ciò che avevo immaginato di fare, vicina alla depressione postlauream. Invece, nonostante questo sia, tutto sommato, inevitabile, ho scelto di non sentirmi come tutti si aspettano, mantengo il mio malsano ottimismo, a dispetto di tutto, e più che mai quando tutto va a rotoli, stringo forte le corde di questa instabile altalena. La vita è ironica, e io ho imparato a ridere delle mie sventure prima che di quelle degli altri.

Non so che succederà nella mia vita ora, tantomeno che ne sarà della mia ipotetica carriera, ma sono pronta a cogliere con entusiasmo tutto ciò che di positivo avverrà, e incasserò i colpi nel modo più sereno possibile. Forse sto scrivendo tutto ciò solo perché mi aspetto di vedere un uragano all’orizzonte, e quando arriverà verrò a rileggere queste righe, per ricordarmi di me. Se il prezzo da pagare per vivere in un posto che non riuscirò mai ad amare è la presa di coscienza di chi sono in questa fase della mia vita e lo sviluppo di una forza interiore che non sapevo di avere, allora, per il momento, terrò duro.

Ma non nascondo di volermene andare da qui, non necessariamente lontano, voglio solo poter ritrovare piacere nella solitudine, nel decidere cosa cucinare per cena o chi invitare per un caffè, quanto tempo starmene da sola in camera o fuori a leggere. Ho nostalgia di quella lieve libertà che il vivere in un’altra casa, in un posto che bene o male piace, porta con sé. In attesa che questo succeda, resisterò, impegnando il tempo in qualunque attività mi dia modo di evadere, di essere almeno con i pensieri da un’altra parte, perché sono sempre in viaggio e ho ancora tante lacrime da spargere sulla tastiera per illuminarmi gli occhi e con quelli tenere lontano il buio.

Idealizzare is (not) the way

Quest’ultimo anno ho imparato a dare un senso a uno di quei detti banalissimi e ultra-abusati. Uno di quei cliché assimilati a forza, di cui mi sono servita diverse volte, così come altrettante l’ho ignorato, nel bene o nel male.

Ci sono diverse metafore che esprimono il concetto a cui mi riferisco, ma il succo è “Non giudicare mai un libro dalla copertina”. Se avessi utilizzato questa formula tutte le volte che le circostanze lo richiedevano credo avrei fatto scelte migliori, oppure avrei potuto sbagliarle tutte. Perché il problema sta proprio nel capire quando è bene attenersi a questo principio – ossia quando dobbiamo essere cauti – oppure quando lasciarci trasportare dalle nostre impressioni. È solo che con alcune persone è così facile, basta poco per farci un’idea che poi si rivelerà pressoché corretta, mentre ci sono casi in cui essere imparziali e maturare un’idea globalmente accettabile è più complicato, si infilano troppi se e troppi ma, poche certezze.

people

Sono sciocchezze su cui soffermarsi, nessuno davvero ci dovrebbe riflettere così tanto. Eppure ultimamente ho iniziato a dare peso a questi dettagli. L’agire, o il solo pensare, impulsivamente mi ha spesso giocato brutti scherzi e non ci tengo davvero a cadere ancora nell’abisso della disillusione. Delle volte avrei voluto che qualcuno mi avesse dato uno schiaffo, levato il prosciutto dagli occhi e prestato una lente di ingrandimento. Ma la verità è che quando siamo così convinti delle nostre supposizioni (un accostamento non a caso ossimorico) perfino le campane suonano mute.

Quante volte abbiamo inesorabilmente sbagliato? Le sue sembianze ci appaiono, a una prima occhiata, la cosa più affascinante che ci potesse capitare, un ideale fattosi realtà. Così, imprimiamo quell’immagine nella nostra mente, per noi esiste soltanto in quel modo, è così che ci aspettiamo sia sempre. Poi arriva il momento in cui il guscio pian piano si schiude e ci accorgiamo che le nostre congetture erano errate, che quell’immagine altro non era che una sagoma di cartone, e pure di buona fattura. Allora cerchiamo di ricalibrare, aggiornare i dati, ma ormai quella figura è stampata sulla nostra cornea, immutabile. La sagoma di cartone, abbattuta dal vento, inizia a svanire, rapidamente come l’abbiamo costruita, e a noi resta solo un po’ di carta spiegazzata in mano e un sapore amaro in bocca. Di nuovo. Ci diremo poi che non è colpa sua, è colpa nostra, che abbiamo riversato sogni e visioni idilliache su un altro essere, ignaro di quanto stesse accadendo.

Non a caso, sto cominciando a pensare che la cosa migliore sia essere pazienti e silenziosi osservatori. Cosa che potrebbe azzerare la socialità, in alcune circostanze. Ma se l’alternativa è costruire castelli mentali sul poco che abbiamo capito di qualcuno, allora preferirei di gran lunga passare per timida e scavare tra le parole, i gesti e gli sguardi. Non sarà un metodo infallibile, eppure ho la sensazione che, in qualche modo, assottiglierà il mio margine d’errore. O, quantomeno, lasciatemelo credere.