“A softer skin”, la carezza di un’onda sulla sabbia

Mëlissa Abis dalla pagina del Waves Festival
Foto di Melissa Abis – Waves Festival

Ascolti una musica, passano i giorni, passano gli anni, risenti quella musica e tutto ritorna, tutto rivivi: le immagini, i profumi, lo stato d’animo vissuto in quei 3 minuti di vita passata. Tutto è stato magicamente registrato nel profondo della tua anima… come una chiave riapre una vecchia porta, riaccedi, tramite dolci o amare note, in un mondo tuo al momento dimenticato…
(Pierluigi Cavarra)

 

In mezzo al “Giardino degli Ostinati” del Librid, un martedì sera d’estate insolitamente affollato, un ragazzo con in braccio una chitarra affondava i piedi nella ghiaia, amalgamandosi candidamente con l’atmosfera gentile del luogo.

Quel musicista timido timido dalla voce verde mi ha catapultata in una dimensione che sapeva di casa, una casa altrove. Sarà stata anche la location a rendere tutto un po’ più suggestivo, un surreale spazio privato riempito dalle vibrazioni positive degli accordi di The Heart and The Void, il progetto solista del song-writer cagliaritano Enrico Spanu.

Alla fine del live sono andata a conoscerlo di persona e a scambiarci due parole. Dopo che per mesi lo avevo ascoltato su Youtube e Spotify, mi sembrava appropriato acquistare il suo EP, “A Softer Skin”, promettendomi di riuscire a scrivere due righe con le mie impressioni, in attesa dell’uscita del nuovo album, “The Loneliest of Wars”.

“A softer Skin” è una di quelle infatuazioni estive che ti si infilano sotto la pelle e che l’inverno non riuscirà a congelare. A ogni nuovo ascolto si fa più viva e penetrante, come quell’incontro inaspettato che fa tanto trepidare.

Sembrerebbe un accostamento banale se non fosse che le sei tracce che compongono questo mini-album parlano quasi tutte d’amore o, in generale, di relazioni. Il brano che apre l’EP, The same mistake, è la bussola per l’ascolto di quelli successivi, con quel passo folk che ci insegue per tutto il disco. The Heart and The Void ci guida in un viaggio alla ricerca della strada di casa (“hoping to find somewhere my way home” – Girl from the city by the sea), dalla quale non siamo mai troppo lontani. Lungo il tragitto troveremo dei testi perfettamente incastonati in melodie lineari e carezzevoli, come Love her like the morning, un inno alla spontaneità e innata allegria che contraddistingue i bambini.

In due brani (Girl from the city by the sea e This Thunder) la dolcissima voce di Giulia Biggio contribuisce a dare un tocco ancora più soffice e delicato alla raccolta, come la carezza che lascia la Primavera sulle camelie. Down to the ground si discosta dalle sonorità precedenti, l’atmosfera si fa un po’ più rock, ma risulta una scelta davvero azzeccata, infatti, è anche grazie all’inserimento di questo pezzo che l’ultima traccia appare ancora più impreziosita.

A softer skin, è una tenera ballad che ci dondola affettuosamente verso l’epilogo del disco. L’impressione è quella di navigare su un fiume, sospinti solo dalla corrente, e in questo viaggio naturale non solo la nostra pelle, ma anche il nostro cuore, nel mentre, si è fatto più morbido.

Share the love.

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L’atmosfera era più o meno così:

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“A Softer Skin” (Sangue Disken, 2014) IMG_20170719_004229

TRACKLIST:
01. The Same Mistake
02. Girl From The City By The Sea
03. Love Her Like The Morning
04. This Thunder
05. Down To The Ground
06. A Softer Skin

Album digitale su Sangue Disken

Album digitale su Amazon

Ascolta “A Softer Skin” su Spotify

Ascolta “A Softer Skin” su Deezer

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The Heart and The Void – Facebook page

The Heart and The Void – Youtube Channel


Ascolta “An Island might not the end”, primo singolo tratto dall’album “The Loneliest of Wars” (2017): https://goo.gl/vZzYuF

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Star wanderer

funtanazza4
Photo credits Milo Pinna

 

Hello, my dear
it’s been two years,
I’ve never forgotten your face.
These words I kept
inside my chest
have rocketed straight into space.

And you’ll hear I pray
you don’t walk away
my eyes are set on you.

In dreams I wake
there’s no mistake
the door is open for you.

Under the tree
we sought the sea
restoring lost memories.
You see through my eyes
aiming to sight
uncanny eclipsing binaries.

And you’ll hear me saying
don’t fly away
black holes are set to collide.

You were right
the night is bright
when dark shines I’ll let it inside.

Through time and space,
there’s no mistake,
the door is open for you.


Listen to the demo here:

 

Sight Unseen

I don’t know who you are
though something pulls me towards you,
it’s a feeling I don’t get,
I think my heart may still be deaf.

I tried to understand those words,
I failed to recognise my own voice,
I sacrificed the last bit of my will,
‘till fate gives me back what I lost.

It is hard to look in those eyes
without knowing what lies behind,
a pretty face may reveal
a broken heart made of steel.

I tried to let you out of my world,
I failed to silence my true soul,
I sacrificed the last bit of my will,
‘till fate gives me back what I lost.

Di tè al limone, pioggia e una canzone

Due anni fa, dopo il passaggio di Cleopatra sul mio paese, avrei voluto spiegare in qualche modo le sensazioni di quei giorni, il lavoro svolto dai volontari, tutti gli sguardi delle vittime dell’alluvione, carichi di infinite emozioni, e quel forte senso di solidarietà che si è insediato sin dai primi attimi. Nulla mi sembrava appropriato, ho sempre pensato fosse un po’ arrogante pretendere di parlare di un avvenimento tanto impressionante e traumatico non avendolo vissuto in prima persona, visto che la mia casa non era nella zona allagata, ma in genere quando qualcosa mi colpisce non riesco a lasciar cadere la penna.

Un anno dopo, seguendo le vicende di Genova e preoccupata dalla pioggia che non smetteva di cadere, ho avuto il timore che quell’evento potesse ripetersi. Così, delle parole hanno iniziato a scivolare via, i versi aumentavano e il risultato fu un componimento fatto di strofe e chorus. Senza rendermene conto, mentre scrivevo iniziai a intonare ciò che avevo scritto, lo registrai e lo inviai a Marco. Nessuna particolare ragione mi spinse a farlo, volevo solo condividere qualcosa che sapevo avrebbe capito senza troppe spiegazioni.

Era un pezzo tremendamente lungo, non era pensato per essere una vera e propria canzone. Nonostante ciò, a Marco piacque e mi disse che avremmo dovuto registrarla.

Non mi sono mai sentita all’altezza di poter fare una cosa simile, ma la base che Marco mi mandò dopo solo poche ore mi commosse tanto che pensai di poter fare un tentativo, uno solo, per una buona causa, per lasciare qualcosa che tenesse vivo il ricordo di quanto accaduto, che ci facesse arrabbiare e desse la forza di reclamare quanto dovuto.

Le fasi di registrazione si protrassero per alcuni mesi a causa dei reciproci impegni, con l’aggravante che non risiedevo più a Terralba e riuscivo a recarmi lì solo poche volte al mese. Era la prima volta che mi trovavo davanti a un microfono e all’inizio non ero per niente a mio agio, infatti, Marco, leggendomi come chi mi conosce da 20 anni, introdusse una piacevolissima abitudine: pausa a metà pomeriggio con  tè al limone, per rendere tutto meno formale e ridurre il mio perenne stato ansioso. Più andavamo avanti, più ero sicura di quello che stavamo creando, discutevamo di ogni minima modifica trovando sempre un compromesso che mettesse d’accordo il mio attaccamento al testo e il suo estro creativo.

Tutto il testo è un racconto delle diverse fasi vissute il 18 Novembre: a partire dall’arrivo silenzioso dell’acqua nelle nostre strade, l’abbandono forzato delle case, il ritorno alle stesse e il duro lavoro per liberarle dall’acqua e dal fango. Sensazioni e pensieri dei protagonisti sono rappresentati nei chorus, che costituiscono la parte più introspettiva. La canzone si chiude con una riflessione su quanto accaduto e con la speranza di non venire più sommersi in questo modo, nonostante il timore non sia ancora svanito.

In quei versi ho raccolto le mie sensazioni e ciò che mi è stato raccontato dalle persone incontrate al centro smistamento in quella freddissima settimana di Novembre, arricchito dalle testimonianze a cuore aperto di alcuni amici le cui case e vite sono state colpite dalla muta Cleopatra.

Il testo è in inglese non perché lo volessi a tutti i costi, ma perché è così che “ha deciso” di nascere, così come tante altre cose che ho scritto e che continuo a scrivere. E’ semplicemente la lingua che meglio riesce a interpretare le mie riflessioni e a tramutarle in qualcosa di apparentemente sensato e piacevole alle mie orecchie. 

A Maggio 2014, abbiamo caricato il pezzo su YouTube. La canzone accompagna un video che include immagini girate da Graziano Atzori il 19 Novembre 2013, alcune foto di Terralba e Uras trovate sul web che ritraggono la situazione di quei giorni, e alcune parti girate da noi stessi durante le fasi di registrazione.

Ecco:

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Musica: Marco Siddi
Testo: Stefania C.

The restless mind

I feel weird
Don’t know what it’s happening to me
Can’t find a way
To make all of this go away

I’m paralysed
These four walls are getting near
Tell me why
I can’t move and I can’t breathe.

Oh, I’m trapped here
Come, save me.
Oh, I fear
I won’t break free.

Heart beating fast
How long could it last?
Can’t stop shaking
Is it me or the ground beneath?

Unknown demons
I’ve never seen before
Haunt me everyday
Wish I knew how to scare them away.

Oh, I’m trapped here
Come, free me.
Oh, I know that
They’re after me.

And I can’t recognise myself
I won’t keep it buried once again
I’m getting weak
A gleam is all that I need.

SAM_9301

Inner whispers

Sometimes thoughts sound like whispers
we don’t wanna hear,
truth’s hard to define,
we lie to our own face,
something speaks louder.

This pain is not meant to be
let the fire burn everything
there’s no way it’ll ever be ok.

Even the birds have gone away
shattered their homes,
let the wind carry the debris.

I’m tired of playing games
no one fools me again,
my will is all I have,
this voice’s hard to bring down
some hearts beat louder.

When it turns quiet all around
every chord will make sense.