Amiche ombre – Principesse Scalze, ep. 5

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Avevo lasciato i miei amici al pub intorno alle 23.30. Ero uscita solo per una birra, promettendomi di tornare presto per non alzarmi troppo stanca la mattina dopo. Avevo davvero bisogno di uscire di casa, perché il balcone, seppur spazioso e con una bella vista, non bastava più. Ero certa che fosse una buona idea concedermi una serata di moderato svago, per distrarmi dalle preoccupazioni che da qualche tempo mi assillavano. Le chiacchiere e le risate mi avevano tenuta lontana per un po’ da certi pensieri, ma erano tornati per tormentarmi all’improvviso, proprio quando credevo di averli messi a dormire. Invece, loro si addormentavano sempre dopo di me e si svegliavano ben prima dell’orario stabilito per la colazione. Credo fosse il loro modo speciale di vegliare su di me.

Ho capito che la mia serata si sarebbe conclusa di lì a poco, non riuscivo neanche a seguire i più semplici discorsi dei miei amici, né potevo più capire le loro battute, ero ormai distante da loro. Non mi era possibile ignorare le ombre, stavano tutte in piedi attorno al nostro tavolo, intimandomi di alzarmi e andare via con loro. Ho resistito ancora qualche minuto, finché i loro sguardi non si sono fatti severi e incalzanti, allora le ho raccolte e messe nella mia borsetta, ho salutato i miei amici con un gran sorriso e un “Ci vediamo presto”.

Sono salita sulla mia bicicletta e ho cominciato a dialogare con le mie ombre, i loro discorsi li conoscevo già bene e loro li ripetevano sempre allo stesso modo, tant’è che ormai non rispondevo più, ascoltavo in silenzio e quei monologhi mi trasmettevano un certo conforto. Le avevo accettate come eterne compagne di viaggio, inevitabili, dolci e affettuose a loro modo. Avevo smesso da tanto di provare a metterle in ordine e cercare di dar loro un senso, capire la loro provenienza e come si fossero materializzate. Era come se fossero sempre state lì, a volte ingombranti e pressanti, a volte intermittenti.

La loro presenza era l’unica cosa di cui potevo sempre essere certa, non sarebbero mai sparite, ogni tentativo di comprenderle, catalogarle o archiviarle si era rivelato vano, così non potevo fare altro che tenerle con me e occuparmi di loro così come loro si occupavano di me. Non potevo oppormi o si sarebbe instaurata una convivenza conflittuale: qualora avessi provato a contrastarle sarei stata messa certamente all’angolo, tornando in quello stato confusionale e di dubbia razionalità in cui si era convertita la mia esistenza. Ero completamente soggiogata, sconfitta.

Ero quasi arrivata a casa, la lieve brezza notturna mi rinfrescava il viso, nelle strade deserte riuscivo a sentire tutti gli scricchiolii di sforzo della mia vecchia bici. Mi sono fermata allo Stop di un incrocio, più per abitudine che per reale necessità.

Ho sentito arrivare una macchina alla mia destra e ho pensato di aver fatto bene a fermarmi, andava troppo veloce perché avessi avuto il tempo di attraversare l’incrocio. Ho aspettato.

Il rumore del motore di avvicinava e io continuavo a pensare di aver fatto la cosa giusta, come avevo letto nei manuali di scuola guida, ferma allo Stop, con i fanalini accesi, per evitare rischi.

Ho visto finalmente la macchina, una vecchia Punto di colore verde, ho pensato che andasse davvero veloce per essere in centro abitato, invece io ero ferma allo Stop, con i fanalini accesi e il giubbino catarifrangente e con le mie ombre nella borsetta.

Ho notato le ruote anteriori che svoltavano e il veicolo seguiva il loro moto. Eppure non avevo visto nessuna freccia lampeggiare, non era prevedibile che la Punto verde potesse sterzare, e non era così che avrebbe dovuto farlo, di certo non invadendo la mia corsia e tagliando di netto la curva. Perché io ero allo Stop, nel rispetto delle precedenze, con il giubbino giallo catarifrangente, i fanalini rossi e bianchi accesi e le mie ombre in borsetta.

Non era proprio previsto che la mia faccia finisse su quel parabrezza e che le mie anche sbattessero su quel cofano, né che la mia bici si incastrasse sotto il parafanghi e si accartocciasse.

Allora ho urlato: «Hey, cretino, ma chi credi di essere? Io alle mie ombre ci tengo!» e loro nere nere hanno avvolto il veicolo e hanno tirato fuori dal finestrino quel cretino.

Così, ho detto: «Brave, amiche ombre», ma loro non mi hanno risposto, e io sono tornata a casa con la mia bici che scricchiolava e con i fanalini accesi, il giubbino giallo catarifrangente, le mie anche senza lividi e la mia faccia intera e la borsetta vuota.

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Impronte – Principesse Scalze, ep. 4

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Photo Credits Peter Morgan

Seduta là, in attesa del prossimo soffio di vento che le scompigliasse la frangia e le gelasse la fronte, osservava il buio che copriva la stazione minuto dopo minuto e le persone sulle panchine, vittime del freddo ostinato. Pensava a quei fiocchi di neve che sentiva arrivare, anzi, li vedeva già posarsi sui binari e la campagna che avrebbe attraversato.

Macondo le aveva impresso un’immagine desolata della realtà, credeva che tutto stesse per andare in rovina allo stesso modo, tutto attorno a lei presagiva quella fine. La notte faceva strani sogni: palazzi che crollavano senza alcun intervento di agenti esterni, se non il degrado causato dal tempo; macchine arrugginite si sbriciolavano in una polvere ramata, mentre gli alberi scheletrici nelle strade si piegavano su loro stessi, privi di qualsiasi linfa vitale.

Si svegliava avvolta in una candida apatia, come se quegli eventi surreali non la stupissero affatto, era piuttosto ansiosa di assistervi. Non provava paura o inquietudine all’idea che tutto potesse sgretolarsi improvvisamente, lo considerava inevitabile. Il crollo era imminente e lei lo accettava senza opporsi. A volte, però, si sorprendeva a sperare ancora nella possibilità che qualcosa resistesse all’abbandono e al disfacimento, ma erano piccolissime cose di cui avrebbe comunque potuto fare a meno. Non attribuiva a nessuno la colpa di tale condizione, sosteneva che non ci fosse bisogno di indagare a fondo.

Aveva sempre pensato di avere una visione del mondo totalmente distaccata da quella comune, come se ci vivesse senza esserne influenzata. Come un visitatore di passaggio che non lascia tracce, né interviene sulle situazioni. Sino a quel momento le uniche impronte che aveva lasciato erano quella manciata di quadri venduti al mercatino della domenica, a cui aveva presenziato una sola volta. Se ne era separata facilmente perché non li aveva mai percepiti come una parte di sé, trovava curioso come potessero invece assumere significato per gli altri.

Non aveva mai preteso nulla dall’universo, non aveva mai pregato Dio affinché le andasse bene un compito in classe o perché le sue rose non appassissero. Quella era stata la prima volta che aveva desiderato qualcosa per sé, l’egoismo era un sentimento nuovo, non sapeva nemmeno da dove arrivasse. Tutto ciò che aveva chiesto era che finisse in fretta, che si sollevasse dal suo ventre, che quel macigno che sentiva premere su di sé potesse trasformarsi in polvere, che qualcosa estirpasse quei rovi laceranti e che una pioggia gelida estinguesse le fiamme sulla sua pelle.

I fiocchi di neve cominciarono a depositarsi dapprima sulle sue spalle, silenziosi e impercettibili, poi disegnarono dei pois irregolari sui suoi jeans. Aprì un palmo per cercare di trattenerne qualcuno, ma si tramutavano in fresche goccioline non appena si posavano tra le pieghe della sua mano. Quella lieve sensazione refrigerante durava abbastanza da darle sollievo, le ricordò quanto il freddo potesse essere confortante.

Si alzò e fece qualche passo verso il treno, ebbe la sensazione di aver lasciato qualcosa sulla panchina dove sedeva. Voltandosi indietro, vide che le sue scarpe avevano impresso delle orme sulla neve, le ripercorse con lo sguardo sino al punto dove stava in piedi, quindi proseguì verso il binario, perché ciò aveva lasciato era una di quelle piccole cose di cui avrebbe potuto fare a meno.

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Non tutte le tigri vengono con le strisce – Principesse Scalze, ep. 3

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Photo Credits: Claire Gillman

Affanno, qualcosa mi preme sullo stomaco, qualcosa che dentro pulsa e mi rimescola le viscere. Il battito accelera, accelera, me lo sento nei polsi, sul collo, dentro le orecchie. Tremo, non ho né caldo, né freddo. Le mie mani si muovono a ritmo frenetico, mentre ripongo il fazzoletto nella borsa, la palpebra destra vibra, tutto il corpo è impegnato in un drum&bass fuori tempo. Tra poco sarò a casa e metterò finalmente tutto da parte.

Sul bus continuavo a pensare alla serata appena finita e a tutte quelle che si erano concluse allo stesso modo: io che saltavo sulla sua macchina di nascosto, dopo essermi accertata che nessuno dei miei amici vedesse.

Ho cercato di non lasciarmi destabilizzare dalla sua presenza: ogni volta che distoglieva lo sguardo mi sentivo invasa da una malinconia improvvisa e talmente intensa che credo di non aver mai cantato così bene quella canzone che parla di lui. Proprio come una sciocca adolescente alle prese con la sua prima cotta, così proiettata su una realtà modificata, ma abbastanza sveglia da realizzare che era così cocciuto, scorbutico e lunatico da essere assolutamente perfetto. Mi ignorava, e io gli dedicavo sempre più attenzioni. Mi dava buca, e io gli chiedevo di uscire con me il giorno dopo. Mi parlava di altre donne, e io mi sentivo lusingata. Giocava con le parole, e io gli consegnavo il mio cuore. Sbagliava, e io sistemavo i suoi errori. Vinceva, e io lasciavo che scartasse uno ad uno gli strati della mia fermezza.

Un livello di servilismo che non saprei davvero comparare. Ne ero cosciente e al tempo stesso ero paralizzata da un sortilegio che non riuscivo a spezzare. Totalmente avvolta dal suo profumo e dal suo insito magnetismo. In tutto ciò mi sentivo libera come non mai.

Mi stava mangiando lentamente, come una tigre con la sua preda. Squarciandomi la pelle con gli artigli, affondando i suoi denti nella carne, mentre con le zampe mi immobilizzava la gola. Di lì a poco mi avrebbe seppellito tra i cespugli.

Scendo dal bus, lo vedo accanto a una panchina a pochi metri dalla fermata. Cammino verso di lui, posso già vedere che indossa quella faccia severa – l’unica che possiede, dopotutto -, percepisco l’inflessibilità dei suoi grandi occhi blu dietro gli occhiali da vista, riconosco l’ombra della sua postura aristocratica. E’ così sbagliato che me ne innamoro ogni giorno di più.

Mi affianco a lui, mi porge la mano, tolgo la mia dalla tasca del cappotto, avverto l’inconsistenza della sua stretta, le sue dita si sciolgono tra le mie, la pelle si sfarina, presto noto che non sto più stringendo nulla, la mia mano destra è vuota.

Incredula, volto il palmo all’insù, con la mano sinistra prendo il fazzoletto dalla tasca, pulisco la destra dalle gocce di sangue. Affretto il passo, si sa, le tigri sono svelte.

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Parallelismi emozionali – Principesse scalze, ep. 2

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Photo Credit Claudia Plebani 2011

 

«Ella le hablaba de Macondo como del pueblo más luminoso y placido del mundo…».¹

Sollevò gli occhi dal libro, disturbata dai fischi e dal rumore dei freni, guardò le porte aperte del treno di fronte a lei, a destra e a sinistra ragazzi e ragazze con valigie che si accingevano a salire sui vagoni, di ritorno a casa dopo una settimana di studio.

18.15. Fissò il tabellone elettronico accanto al binario, riprese a leggere, ma era come se leggesse parole in una lingua sconosciuta. Pensava a tutt’altro, pensava che avrebbe dovuto porre attenzione perché quello era un passaggio importante, ormai mancava poco alla fine del libro e gli indizi disseminati tra le pagine le suggerivano che non sarebbe stato per niente un finale felice, ma voleva andare avanti comunque. Con la stessa fermezza aspettava che giungesse l’ora stabilita, prima di salire sul treno e perdere la lieve speranza che la faceva stare seduta. Il piede sospeso teneva il tempo della sua canzone del momento, la ascoltava così spesso da conoscerne ogni dettaglio. «Don’t waste your time or time will waste you»²

18.20. Chiuse il libro coccolandone la copertina, lo ripose dolcemente in borsa, si alzò. L’area del suo binario era ormai gremita e lei non aveva più una visione completa dell’orizzonte, temeva che non avrebbe visto, nel caso fosse arrivato. Si sollevò ansiosamente sulle punte dei piedi, ma vedeva sempre solo facce ignote e bagagli invadenti. Con la testa bassa, sorrise, prese la valigia per il manico e la posò sul treno, entrò nel vagone dai colori verdastri, vecchio e sporco ma per lo meno riscaldato. Sistemò il trolley sotto un sedile, la borsa sulla poltrona lato corridoio e si lasciò sprofondare su quella accanto al finestrino.

18.25. Si rese conto di non aver dato un ultimo sguardo al lungo marciapiede del binario prima di salire, sapeva che sarebbe stato patetico, ma si avvicinò alla porta e, incerta, scese sul primo gradino, le mani nelle tasche del cappotto, la sciarpa fin sotto il naso. Vide il capotreno e una ragazza che fumavano, altre persone che correvano verso i vagoni, ma nessuno con le sembianze che lei immaginava lui potesse avere. Sorrise ancora, si vide dal di fuori e ciò la divertì. Il capotreno sventolò il suo fazzoletto verde e scomparve, lei tornò dentro e si sedette al suo posto, poco dopo sentì il fischio che preannunciava la partenza.

18.30. Guardò fuori mentre il treno iniziava lentamente a camminare lungo le rotaie. Stava ormai per uscire dalla stazione quando, dietro l’ultimo pilastro, notò una figura che la incuriosì, le parve di aver già vissuto quell’istante, un déjà-vu o un sogno dimenticato. Si sentiva insieme spettatrice e protagonista della scena. Per guardare meglio si avvicinò al finestrino, il naso a pochi millimetri dal vetro. Mise a fuoco più che poté, strizzando un po’ gli occhi. Vide un uomo che con la testa bassa e le mani nelle tasche dei jeans si girava e si allontanava verso l’uscita della stazione. Nonostante la sua sfuggente apparizione, non riusciva a dimenticare quel  dettaglio: sorrideva, per metà.

 

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¹ “Cent’anni di solitudine” – Gabriel García Márquez

² “Knights of Cydonia” – Muse (Black Holes and Revelations, ©2006)

Frontiere – Principesse scalze, ep. 1

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Ora lei non sa cosa fare, è sul terrazzo e il vuoto dei dieci piani sotto la attira incredibilmente. Si sporge, osserva il cemento del cortile chiuso, gli angoli del quadrato formato dai palazzi e i gatti che oziosi vi passeggiano, riesce a vedere che si stiracchiano, si avvicinano, si siedono, rincorrono una pallina di carta, dormono.

«Sono così pacifici, loro» – pensa – «Non hanno nulla di che preoccuparsi. Se si annoiano possono sempre saltare al di là del muro e scoprire cosa si cela, per loro il mondo non ha confini, sono forti, indipendenti, badano a loro stessi. Eppure quando li accarezzi sembrano così fragili e indifesi, hanno bisogno di attenzioni».

Posa le mani sul muretto e il colore dei vecchi mattoni si deposita su di esse, le strofina cercando di liberarsi di quella polvere rossastra, non ha intenzione di entrare per lavarsi.

Guarda giù, di nuovo, verso i balconi più in basso, nota i panni stesi nonostante la giornata grigia. La pioggia di pochi minuti prima ha dipinto un vivido arcobaleno che già scompare col vento. Ne gode ancora per qualche attimo, mentre le nuvole si ritirano verso ovest.

Ora riesce a vedere anche il mare e le montagne oltre la città e pensa: «Come si allarga la vista quando resti immobile». Aveva letto da qualche parte che per il viaggiatore non esiste primo piano: guarda sempre più lontano perché è ciò che può meglio osservare, non riesce a cogliere gli oggetti vicini perché la velocità del mezzo glielo impedisce. Pensava fosse vero. Pensava anche che fosse una metafora della vita: come il primo piano ci sfugge sempre e poggiamo lo sguardo più lontano, su oggetti distanti da no che, per chissà quale ragione, preferiamo mettere a fuoco. Basterebbe rallentare per accorgerci della loro presenza.

La vista di quel paesaggio le dava un senso di infinita leggerezza. Come quella che devono provare i gabbiani quando aprono il loro metro di ali, quando dopo due battiti si lasciano trasportare dal vento e sorvolano i tetti delle case quasi fossero torrette di mare. Pensava che fossero animali affascinanti, che avessero milioni di storie da raccontare sugli umani e che se le scambiassero per schernirci in volo. «Chissà quanto dovremmo essere strani e indecifrabili attraverso i loro occhi».

Chiude i suoi e rimane ad ascoltare, li riapre di colpo, per paura che il buio e il silenzio la avvolgano. Soltanto tenendo gli occhi aperti poteva sentirsi libera, era pura vita. Diventava per un momento ciò che osservava, cercava di immaginare se stessa in altre sembianze. Poteva trasformarsi continuamente. Chiudere gli occhi era come cessare di sentire il mondo, lei aveva bisogno di vedere. Doveva vedere per vivere.

Solleva le mani, più rosse di prima, non cerca di pulirle. Le posa sul viso e, inchinandosi, mette i gomiti sul muretto. Resta lì, a osservare i gatti, che osservano i gabbiani, che osservano lei.