La luna sotto la Quercia – Il trailer

Racconti e dintorni di Dario Cassoji Dessì

Sono passati sei anni dal quel 20 Luglio.
47 da quell’impresa, da quel sogno.
Ogni giorno inseguiamo la nostra luna: non sembra difficile, si vede da ogni angolo del mondo, eppure sembra sempre irraggiungibile.

Auguri a chi ogni giorno costruisce la sua navicella spaziale.

20 Luglio 1969. I cambiamenti di quegli anni vengono percepiti di sfuggita tra i bicchieri e le carte del dopolavoro. Eppure sta accadendo qualcosa di inimmaginabile: La luna non è più così distante. Un bambino davanti a quel televisore sogna di raggiungerla. La cercherà per anni lontano dal suo paese dove ritornerà per ritrovarla dove l’aveva lasciata…

Scritto e diretto da MICHELE FENU
racconti di DARIO DESSI
fotografia di SILVIO FARINA
montaggio di SILVIA CAPITTA
musiche originali NAZKA
organizzazione GIOVANNI SIMBULA

Con la partecipazione e il supporto della popolazione di  SAN VERO MILIS.

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Saluti dalla Cambogia!

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Mi trovavo in Messico per un tirocinio quando ricevetti un messaggio da mia sorella che annunciava: “Mamma e babbo vogliono comprare casa”.

Fantastico – pensai – dopo 30 anni in affitto finalmente si sono decisi, la vecchiaia non lascia scampo. Potrò scegliere i pavimenti e i colori delle pareti, persino mobili nuovi probabilmente. Blu, la mia stanza sarà tutta blu.

“Aspetta”, continuava mia sorella, “Non è tutto”.

Cosa? Cosa, sorella? Ci faranno un regalo? Ci doneranno un terreno? Ci regaleranno i pony che da bambine abbiamo sempre preteso? Cosa c’è?

“La casa che vogliono comprare non è a Terralba, è a Curcuris”.

Sorella, non scherziamo, i posti con questi nomi esistono soltanto nelle aree più remote dell’Amazzonia.
E invece no, esistono anche nelle aree più remote della Sardegna, quelle più incontaminate e isolate, come la Marmilla.

– Ma tu ce la vedi mamma, vivace e socievole com’è, a stare in un paese di 300 abitanti e dove non si contano le pecore? E babbo dovrà fare tutti quei chilometri per andare a lavoro! Sono degli incoscienti!

“Senti, tu devi cercare il modo di andartene”. Mi dice mia sorella “Resta in Messico più a lungo che puoi, torni, ti laurei e te ne vai. Ho visto quel posto, non puoi finire lì.”

– Preferirei andare in Cambogia piuttosto che vivere in quella specie di ospizio immerso nel verde nulla, senza ADSL e negozi Bio.

Non era facile trovare una cartolina, alla fine scelsi una tra le più banali con una vista della città, ci scrissi “Ciao! Qui tutto bene, appena posso vi mando dei regalini, saluti dalla Cambogia!”

Due settimane dopo ricevetti una busta gialla, dentro c’era una cartolina, ho pensato che mia madre non volesse che gli impiegati delle poste leggessero le sue frasi sdolcinate. C’era scritto “Bene! Comunque volevamo solo che trovassi la tua strada, magari avresti potuto scegliere un posto meno sperduto. Baci”.

Girai la cartolina, c’era una foto della chiesa nella piazza principale e la scritta “Saluti da Terralba”.

Dolle Mina e il vivace femminismo olandese

dolle mina 23 gennaio 1970Il 23 gennaio del 1970, ad Amsterdam il gruppo femminista Dolle Mina, per protesta brucia i propri reggiseni nei pressi della statua di Wilhelmina Drucker, una delle prime femministe olandesi a cui il movimento si ispira.
Leggo su un sito web che visito abitualmente.

Era la prima volta che sentivo questo nome, ma facendo una rapida ricerca sul web ho trovato solo materiale in inglese. Ho letto con grande interesse le azioni di questo piccolo gruppo e la sua importanza mi è parsa subito chiara, così ho deciso di fare un sunto in italiano, vista la mancanza di informazioni nella nostra lingua. Considerando che l’apprendimento della lingua olandese è piuttosto in fondo nella mia lista delle cose da fare, i miei unici riferimenti sono le poche pagine scritte in inglese che sono riuscita a trovare (le fonti sono riportate alla fine di questo post).

Dolle Mina era un gruppo femminista aderente alla sinistra radicale, nato nel 1969 in Olanda. Sostenevano e difendevano la parità di diritti delle donne attraverso manifestazioni e proteste “giocose”.

A ispirare il nome fu Wilhelmina Drucker (1847-1925), una delle prime femministe olandesi, soprannominata “Iron Mina” (Dolle, invece, significa letteralmente “pazza”), la quale un secolo prima aveva perseguito gli stessi obiettivi del gruppo neo-formatosi, che dava ora inizio alla seconda ondata di femminismo nel Paese.

Tutto ebbe inizio nel settembre 1969, quando una manciata di uomini e donne si indignò davanti alla scoperta che per aver partecipato a un sit-in di protesta, alle donne venne inflitta una multa meno onerosa rispetto a quella degli uomini. Evento piuttosto divertente, se non si considera il fatto che per loro una multa più bassa significò che le donne erano tenute in minore considerazione, e che la loro voce in politica contava meno di quella degli uomini. Nacque così un gruppo che condivideva un certo malcontento verso la disuguaglianza di diritti e opportunità tra donne e uomini. Nonostante i diritti formali riconosciuti negli anni ’70, ingiustizia e discriminazione erano ancora latenti.

Dolle Mina aveva una visione marxista; sorse dal gruppo socialista giovanile “Socialistische Jeugd”, che auspicava la nascita di un nuovo movimento femminista. Nell’aprile 1970, durante il loro primo congresso, riuscirono a scrivere (non senza difficoltà) una dichiarazione in cui tutti potessero ritrovarsi:

«Posto che le divisioni dei ruoli tra uomini e donne non sono difendibili sul piano biologico, Dolle Mina mira a cambiare la società affinché possa garantire pari opportunità per tutti, a prescindere dal genere. Questo può essere realizzato attraverso la lotta sociale, la consapevolezza e un cambio di mentalità, da cui derivi la fine della subordinazione economico-sociale sia degli uomini che delle donne».

Dolle Mina riuscì ad attirare l’attenzione dei media e dei politici attraverso proteste radicali. La prima contestazione avvenne il 23 Gennaio 1970, con l’assalto al Nijenrode Castle, Università privata che all’epoca ammetteva solo uomini, poco dopo si recarono davanti alla statua di Wilhelmina Drucker, dove diedero fuoco a dei reggiseni. Nei giorni a seguire bloccarono i servizi igienici con dei fiocchi rosa, per protestare contro l’assenza di bagni pubblici destinati alle donne. Entrarono in tutti i bar e locali pubblici tipicamente maschili, esigendo la possibilità di usufruire di quegli stessi spazi. Fischiarono gli uomini per strada, per protestare contro l’analogo comportamento degli uomini verso le donne.

In una protesta per il diritto all’aborto, le attiviste di Dolle Mina scrissero sulle loro pance “Baas in Eigen Buik”, che significa letteralmente “Boss del mio ventre”, e sollevarono le magliette per mostrare quelle parole. Distribuirono profilattici e informazioni sulla contraccezione, diffondendo l’idea che l’uso dei contraccettivi potesse far diminuire il numero di aborti.

Nel giro di poche settimane, Dolle Mina acquisì migliaia di sostenitori. Sin dall’inizio furono formati gruppi di lavoro, la maggior parte di questi si concentrava su questioni pratiche (aborto, madri single, asili nido, stipendi), ma c’era anche un gruppo più teorico che si focalizzava sull’educazione. Le Dolle Mina furono interpellate dal governo e invitate ad assemblee come portavoce di tutte le donne e in difesa dei loro diritti.

Dolle Mina è ancora oggi riconosciuto come un simbolo del femminismo del dopo guerra. È inciso nella memoria collettiva come un gruppo di giovani donne “con le palle”, che esigono un cambiamento attraverso dei metodi di protesta originali. I successi raggiunti, quali pari opportunità nel lavoro, migliori servizi per l’infanzia, libertà sessuale e una revisione dei ruoli tra uomo e donna sono attuali argomenti di dibattito sociale. 

Cosa ci dice, quindi, questo pezzetto di storia olandese? Per me significa che un femminismo costruttivo che contempla il dialogo è stato ed è ancora possibile. Un femminismo sentito anche gli uomini, consci delle differenze sociali che dividono e creano malcontenti.
Questo è il miraggio a cui mi sento di voler credere e, in attesa che si palesi, perseguirò quel femminismo che non odia gli uomini (tranne quelli incredibilmente stronzi, quelli sì), che cerca parità e non maggiore disuguaglianza, che non vuole privilegi colorati ma pretende che una donna venga considerata per quello che vale (o non vale, a seconda dei casi). Così come scrivevano le Dolle Mina, sono convinta anche io che sia necessario un cambiamento nella mentalità (tutt’ora), eppure noi continuiamo a insultarci a vicenda e a tacere di fronte alle ingiustizie subite, come un cane che si morde la coda senza sapere che è parte di lui.

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Siti consultati:
http://www.atria.nl/atria/eng/showcase/dolle_mina
https://doubledutchnlr.wordpress.com/2012/09/17/feminism-in-the-netherlands-the-dolle-mina/
http://jagahost.proboards.com/thread/17529/feminists-march-international-womens-day

Vetri rotti e barriere immaginarie

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Sarebbe certamente un mondo diverso se potessimo gettar via quella maschera sociale che mettiamo su ogni volta che usciamo dalla nostra stanza, da casa nostra, che entriamo in ufficio, a scuola, che incontriamo gli amici. Ho come la sensazione che non sempre le persone intorno a me siano davvero quello che ci fanno vedere.
Suvvia, dopotutto, ognuno di noi ha dei segreti: passioni, idee o dettagli della nostra vita che non condividiamo, se non quelle rare volte che ci sentiamo sicuri di poterci aprire, di voler confidare e affidare un pezzo di noi a qualcuno che, in un determinato istante, merita la nostra fiducia. Con il rischio di pentircene poco dopo, perché siamo imperfetti e capita che ci facciamo trascinare e lasciar illudere.

È anche così che restiamo scottati, che posizioniamo quel vetro a specchio tra noi e la realtà, o tra noi e le persone. Costruiamo la nostra faccia sociale pezzo per pezzo, la rinnoviamo persino, periodicamente, che non si dica che siamo noiosi e non cambiamo mai.

Un giorno, però, accade qualcosa di inverosimile: tutto ciò che sappiamo di una persona si sgretola, lo specchio viene giù e cade pesante ai nostri piedi, siamo travolti da verità sconvolgenti, sputate velocemente senza il tempo di metabolizzare ciò che ci è stato rivelato. Guardiamo la persona che abbiamo davanti ed è come se la vedessimo per la prima volta, tutti i suoi silenzi si riempiono di significato e gli occhi, liberi da quella patina, ci appaiono finalmente nel loro colore naturale. La nostra visione si amplia, diventa più completa e reale, la nebbia di disperde. Increduli, facciamo domande a raffica e stiamo ad ascoltare, attenti, ma ancora sotto shock.

Il nostro amico ci ha appena messi davanti a una realtà che non ci sognavamo minimamente, che nonostante gli indizi non potevamo davvero vedere e, forse, ci sentiamo anche un po’ stupidi per non aver capito, oltre che essere stupiti dalla sua tenacia nel tenersi strette quelle confessioni. Ci sembra di essere a un punto di non ritorno, dietro di noi il Grand Canyon e di fronte un immenso deserto, come un database formattato da riempire d’accapo.

Cosa succede ora, ora che abbiamo ricevuto il privilegio di intascarci qualche byte da quel disco deframmentato? Accade che non cambia nulla, non è la nostra vita a essere al centro di questa mutazione, noi stiamo solo a guardare, continuiamo a essere attori marginali che ogni tanto pronunciano qualche battuta fuori copione.

Eppure, una nuova consapevolezza si insinua in noi: l’idea che riuscire a tener su quella barriera trasparente e spessa per così tanto tempo e così bene, richieda un grande sforzo. Buttarla giù sembra semplice solo perché una volta scheggiata si polverizza velocemente, ma provocare quel piccolo graffio ci è certamente costato.

E io? Faccio bene a stare al riparo?

Niente mimose, please.

Niente mimose, please.
Non solo perché potrebbero scatenare prematuramente la mia allergia stagionale, o perché lasciarle sull’albero sarebbe un gesto ben più ecologico che farle puzzare dentro un vaso, togliendo colore alle strade. Ma anche perché non c’è niente da commemorare l’8 marzo, non c’è un reale motivo per cui dovremmo ricevere degli auguri dagli uomini, o scambiarceli tra noi.
Non c’è stata nessuna strage in nessunissima fabbrica negli USA. E’ una data scelta dall’ONU, capito? Una data decisa attorno a un tavolo da diplomatici e politici, non c’è nulla di romantico in tutto ciò, davvero nulla. Un gruppo di persone ha deciso che una volta all’anno, ogni paese, avrebbe dovuto dedicare una giornata alle donne, ecco tutto.
Cosa c’è, dunque, da festeggiare o da ricordare? A mio avviso, assolutamente nulla. E mi fanno davvero ridere tutti quei messaggi ipocriti e leccaculo di chi non ha la minima idea di quanto in passato, le donne abbiano dovuto fare a pugni con la realtà per guadagnarsi diritti e dignità. Forse nemmeno noi, donne di oggi, possiamo capire a fondo.

Possiamo solo leggere la storia, ecco cosa c’è da ricordare, la nostra storia, le vittorie, i passi compiuti, che in questa giornata non vengono neanche lontanamente menzionati, e che sarebbero l’unica cosa degna di essere celebrata.

Cinicapersempre

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The Dark Side of the Single

In un certo senso, scoprire di avere un lato oscuro permette di alzare la soglia di tolleranza nei confronti degli altrui Dark SideS. Permette di pensare che forse siamo tutti strani, a nostro modo, e che i rapporti, di qualunque natura essi siano, possano ammettere delle piccole psicosi reciproche.

memoriediunavagina

Settimana scorsa sono andata a bere una cosa con un tipo. Era una situazione molto tranquilla, senza alcun genere di aspettativa. Lui era uno normale, più o meno simpatico, 33enne, graphic designer, sportivo e spaventosamente simile al mio ex. Abbiamo bevuto, abbiamo chiacchierato, abbiamo riso e abbiamo fumato. E, come nella migliore tradizione milanese, non ci siamo più  sentiti.

Ma il punto non è questo. Il punto è che mentre eravamo lì a bere, chiacchiarare, ridere e fumare, lui è andato al cesso ogni 30 minuti. Inevitabilmente ho pensato che  le cose erano due: o aveva precoci problemi di prostata, oppure andava a pippare cocaina come fosse LapoElkann al raduno mondiale dei transgender.

Che poi, sia chiaro, magari il ragazzo doveva solo evacuare e aveva una vescica grande quanto una bustina di thé, va bene. Però io ho notato questa cosa con un certo sospetto e ho…

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