Camminare, sempre.

Mi sono risvegliata in una fotografia animata. Prima di partire guardavo e ammiravo le foto dei luoghi dove avrei voluto essere, e ora che ci sono mi sembrano ancora più assurdi. Mi sembra che non sia ancora vero starci dentro, respirarli, sentire un’aria diversa sulle guance, ascoltare accenti diversi e scambiare sorrisi con sconosciuti per strada. Sembra tutto una favola, una storia che non è la mia. Eppure sono quì, la sto vivendo, ci sono io in mezzo a quel paesaggio, sono io che calpesto quelle foglie e quella terra, sono io che tocco l’acqua gelida dalla barca e guardo la neve sulle cime.

Lago di Braies
Foto di Renè Holzknecht  – http://www.instagram.com/r3kube

Sono sempre io che, guardando fuori dal finestrino, ogni tanto lascio vagare i pensieri sul piacevole contrasto delle foglie gialle con l’immenso verde, che sto zitta all’improvviso, assorta e ancora incredula, mentre il mio amico René guida e canticchia qualche canzone che non conosco e forse si chiede se sono un po’ strana. Sono davvero qui. Ho bisogno di un pizzicotto.

Eppure sono stata in altri posti più lontani e più celebri di questi, ma forse era scontato sentirsi felici e affascinati sulla Piramide del Sole in Messico o passeggiando per Time Square. Ma qui mi viene naturale apprezzare ogni minimo dettaglio. Colpa, forse, della mia forzata immobilità, del mio esser stata ferma per troppo tempo e non essere più abituata a sorprendermi e ad essere altrove.

 

Bisogna viaggiare ogni volta che si può, quanto più si può, perchè anche essere felici è un viaggio, non una condizione. Chi si ferma, invecchia.

– Keep on walking – 

Special thanks to my great guide and amazing friend Renè Holzknecht 

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Figli delle onde

Tutto ciò che la terra non riusciva a offrirgli, lo trovava in mare.

Era vittima di un richiamo intenso e incessante, talmente abissale da percorrergli tutto il corpo, per poi fermarsi e concentrarsi al centro del suo petto. Lì, dove il giogo premeva più forte, che solo il mare riusciva ad alleggerire.

Sospinto sovente da venti irruenti e talvolta da morbidi soffi, quel male pareva dissolversi in schiuma e posarsi sulla riva, dove inerme giaceva sperando che una favorevole onda gli permettesse di continuare a intossicare.

Il sole, ancora alto, bruciava gli occhi e riscaldava i piedi nudi, che cercavano riparo sotto la sabbia umida. Osservava il moto ripetitivo dell’acqua, seduto sotto un’insenatura che non riusciva a schermare quei prepotenti raggi.

Pensò a quanto fosse infinitamente affascinante e confortante farsi avvolgere da quella incombente massa d’acqua. Cercare di domarla sarebbe stata una sfida senza reali avversari, aveva le sembianze di un’insolita alleanza, gli elementi a suo favore. Anima e materia intrecciate: un verdazzurro mantello per proteggersi da tutto quello che nuoce e tormenta. La seconda pelle che scarta via quella usurata e lacerata facendosi più dura e tenace. 

Immerso nel magico fluido, le sue linee via via più sbiadite, portava addosso il meraviglioso.

Splash!

girl jump water splash

Avevo scordato gli occhiali da sole e non riuscivo a sollevare lo sguardo oltre il suo mento, tutto il resto era un incandescente alone biancastro. Una nuvola si posizionò finalmente davanti al sole e mi resi conto che mi guardava fisso mentre parlavo. Mi sentii talmente in imbarazzo che rimasi interdetta per un secondo. Senza nemmeno pensarci, lasciai scivolare qualche parola, sperando non si accorgesse di nulla.

– «Dopotutto, questa città non mi dispiace. È uno di quei posti che puoi da subito chiamare casa».

– «Già, poi oggi è una giornata meravigliosa, è difficile credere sia ancora Febbraio».

Guardò verso il mare, abbozzò un sorriso e posò la tazzina sul tavolo. Si fece strada ancora un po’, addentrandosi senza difficoltà nell’oscuro abisso che dava accesso alla mia anima, riusciva facilmente a tenermi incatenata. Finii di bere il mio caffè e gli proposi di andare a fare una camminata sul lungomare, sulle nuove passerelle di legno che circondavano il porto. Mi aveva detto che da quando era tornato non aveva ancora avuto il tempo di andarci. Raccogliemmo le nostre cose, pagammo il conto e ci allontanammo dal bar.

Lungo il tratto pedonale c’erano delle piazzole con dei grandi vasi bianchi e qualche panchina. Ci fermammo presso una di queste, appoggiandoci al parapetto in legno, rivolti verso il mare. Entrambi guardavamo un punto indefinito dell’orizzonte, non c’erano elementi che potessero attirare l’attenzione, nessuna boa ondeggiante né nave al largo. Pensai che quel vuoto stava diventando pesante.

– «Comunque credo che mi mancherebbe tutto questo, se me ne andassi cercherei subito il modo di tornare».

– «Sono d’accordo. È uno dei posti migliori in cui abbia mai vissuto. C’è tutto ciò di cui ho bisogno e…»

– «E poi c’è uno con un sorriso acceso e sereno, che ogni volta che mi guarda mi vien voglia di tuffarmi nei suoi occhi, nuotarci dentro anche se non ci riesco e scoprire tutti i tesori che nasconde quell’oceano immenso».

Si scostò dal parapetto, o almeno così supposi perché lo sentii vacillare leggermente, doveva anche avere un’espressione sorpresa, ma non saprei dirlo con assoluta certezza perché tenevo gli occhi fissi sul mare, mi allungai fino alla sua linea di confine. Di tutti i modi in cui avevo immaginato di confessarglielo, quello era certamente il più inaspettato, il più sincero e il più rischioso. Già ipotizzavo scenari catastrofici, ma mi dovetti ricredere.

– «Non dirai mica sul serio? Ti giuro che il fondale è pieno di rocce appuntite, non è un buon punto da cui tuffarsi».

– «Allora tenterò la sorte, sperando di non rompermi la testa»

– «E sia, sei proprio ostinata. Quindi, che aspetti? Voglio vedere almeno un triplo carpiato».

– «Oh! Ora vedrai!»

E fu così che affogai.

Impronte – Principesse Scalze, ep. 4

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Photo Credits Peter Morgan

Seduta là, in attesa del prossimo soffio di vento che le scompigliasse la frangia e le gelasse la fronte, osservava il buio che copriva la stazione minuto dopo minuto e le persone sulle panchine, vittime del freddo ostinato. Pensava a quei fiocchi di neve che sentiva arrivare, anzi, li vedeva già posarsi sui binari e la campagna che avrebbe attraversato.

Macondo le aveva impresso un’immagine desolata della realtà, credeva che tutto stesse per andare in rovina allo stesso modo, tutto attorno a lei presagiva quella fine. La notte faceva strani sogni: palazzi che crollavano senza alcun intervento di agenti esterni, se non il degrado causato dal tempo; macchine arrugginite si sbriciolavano in una polvere ramata, mentre gli alberi scheletrici nelle strade si piegavano su loro stessi, privi di qualsiasi linfa vitale.

Si svegliava avvolta in una candida apatia, come se quegli eventi surreali non la stupissero affatto, era piuttosto ansiosa di assistervi. Non provava paura o inquietudine all’idea che tutto potesse sgretolarsi improvvisamente, lo considerava inevitabile. Il crollo era imminente e lei lo accettava senza opporsi. A volte, però, si sorprendeva a sperare ancora nella possibilità che qualcosa resistesse all’abbandono e al disfacimento, ma erano piccolissime cose di cui avrebbe comunque potuto fare a meno. Non attribuiva a nessuno la colpa di tale condizione, sosteneva che non ci fosse bisogno di indagare a fondo.

Aveva sempre pensato di avere una visione del mondo totalmente distaccata da quella comune, come se ci vivesse senza esserne influenzata. Come un visitatore di passaggio che non lascia tracce, né interviene sulle situazioni. Sino a quel momento le uniche impronte che aveva lasciato erano quella manciata di quadri venduti al mercatino della domenica, a cui aveva presenziato una sola volta. Se ne era separata facilmente perché non li aveva mai percepiti come una parte di sé, trovava curioso come potessero invece assumere significato per gli altri.

Non aveva mai preteso nulla dall’universo, non aveva mai pregato Dio affinché le andasse bene un compito in classe o perché le sue rose non appassissero. Quella era stata la prima volta che aveva desiderato qualcosa per sé, l’egoismo era un sentimento nuovo, non sapeva nemmeno da dove arrivasse. Tutto ciò che aveva chiesto era che finisse in fretta, che si sollevasse dal suo ventre, che quel macigno che sentiva premere su di sé potesse trasformarsi in polvere, che qualcosa estirpasse quei rovi laceranti e che una pioggia gelida estinguesse le fiamme sulla sua pelle.

I fiocchi di neve cominciarono a depositarsi dapprima sulle sue spalle, silenziosi e impercettibili, poi disegnarono dei pois irregolari sui suoi jeans. Aprì un palmo per cercare di trattenerne qualcuno, ma si tramutavano in fresche goccioline non appena si posavano tra le pieghe della sua mano. Quella lieve sensazione refrigerante durava abbastanza da darle sollievo, le ricordò quanto il freddo potesse essere confortante.

Si alzò e fece qualche passo verso il treno, ebbe la sensazione di aver lasciato qualcosa sulla panchina dove sedeva. Voltandosi indietro, vide che le sue scarpe avevano impresso delle orme sulla neve, le ripercorse con lo sguardo sino al punto dove stava in piedi, quindi proseguì verso il binario, perché ciò aveva lasciato era una di quelle piccole cose di cui avrebbe potuto fare a meno.

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Non tutte le tigri vengono con le strisce – Principesse Scalze, ep. 3

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Photo Credits: Claire Gillman

Affanno, qualcosa mi preme sullo stomaco, qualcosa che dentro pulsa e mi rimescola le viscere. Il battito accelera, accelera, me lo sento nei polsi, sul collo, dentro le orecchie. Tremo, non ho né caldo, né freddo. Le mie mani si muovono a ritmo frenetico, mentre ripongo il fazzoletto nella borsa, la palpebra destra vibra, tutto il corpo è impegnato in un drum&bass fuori tempo. Tra poco sarò a casa e metterò finalmente tutto da parte.

Sul bus continuavo a pensare alla serata appena finita e a tutte quelle che si erano concluse allo stesso modo: io che saltavo sulla sua macchina di nascosto, dopo essermi accertata che nessuno dei miei amici vedesse.

Ho cercato di non lasciarmi destabilizzare dalla sua presenza: ogni volta che distoglieva lo sguardo mi sentivo invasa da una malinconia improvvisa e talmente intensa che credo di non aver mai cantato così bene quella canzone che parla di lui. Proprio come una sciocca adolescente alle prese con la sua prima cotta, così proiettata su una realtà modificata, ma abbastanza sveglia da realizzare che era così cocciuto, scorbutico e lunatico da essere assolutamente perfetto. Mi ignorava, e io gli dedicavo sempre più attenzioni. Mi dava buca, e io gli chiedevo di uscire con me il giorno dopo. Mi parlava di altre donne, e io mi sentivo lusingata. Giocava con le parole, e io gli consegnavo il mio cuore. Sbagliava, e io sistemavo i suoi errori. Vinceva, e io lasciavo che scartasse uno ad uno gli strati della mia fermezza.

Un livello di servilismo che non saprei davvero comparare. Ne ero cosciente e al tempo stesso ero paralizzata da un sortilegio che non riuscivo a spezzare. Totalmente avvolta dal suo profumo e dal suo insito magnetismo. In tutto ciò mi sentivo libera come non mai.

Mi stava mangiando lentamente, come una tigre con la sua preda. Squarciandomi la pelle con gli artigli, affondando i suoi denti nella carne, mentre con le zampe mi immobilizzava la gola. Di lì a poco mi avrebbe seppellito tra i cespugli.

Scendo dal bus, lo vedo accanto a una panchina a pochi metri dalla fermata. Cammino verso di lui, posso già vedere che indossa quella faccia severa – l’unica che possiede, dopotutto -, percepisco l’inflessibilità dei suoi grandi occhi blu dietro gli occhiali da vista, riconosco l’ombra della sua postura aristocratica. E’ così sbagliato che me ne innamoro ogni giorno di più.

Mi affianco a lui, mi porge la mano, tolgo la mia dalla tasca del cappotto, avverto l’inconsistenza della sua stretta, le sue dita si sciolgono tra le mie, la pelle si sfarina, presto noto che non sto più stringendo nulla, la mia mano destra è vuota.

Incredula, volto il palmo all’insù, con la mano sinistra prendo il fazzoletto dalla tasca, pulisco la destra dalle gocce di sangue. Affretto il passo, si sa, le tigri sono svelte.

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