Camminare, sempre.

Mi sono risvegliata in una fotografia animata. Prima di partire guardavo e ammiravo le foto dei luoghi dove avrei voluto essere, e ora che ci sono mi sembrano ancora più assurdi. Mi sembra che non sia ancora vero starci dentro, respirarli, sentire un’aria diversa sulle guance, ascoltare accenti diversi e scambiare sorrisi con sconosciuti per strada. Sembra tutto una favola, una storia che non è la mia. Eppure sono quì, la sto vivendo, ci sono io in mezzo a quel paesaggio, sono io che calpesto quelle foglie e quella terra, sono io che tocco l’acqua gelida dalla barca e guardo la neve sulle cime.

Lago di Braies
Foto di Renè Holzknecht  – http://www.instagram.com/r3kube

Sono sempre io che, guardando fuori dal finestrino, ogni tanto lascio vagare i pensieri sul piacevole contrasto delle foglie gialle con l’immenso verde, che sto zitta all’improvviso, assorta e ancora incredula, mentre il mio amico René guida e canticchia qualche canzone che non conosco e forse si chiede se sono un po’ strana. Sono davvero qui. Ho bisogno di un pizzicotto.

Eppure sono stata in altri posti più lontani e più celebri di questi, ma forse era scontato sentirsi felici e affascinati sulla Piramide del Sole in Messico o passeggiando per Time Square. Ma qui mi viene naturale apprezzare ogni minimo dettaglio. Colpa, forse, della mia forzata immobilità, del mio esser stata ferma per troppo tempo e non essere più abituata a sorprendermi e ad essere altrove.

 

Bisogna viaggiare ogni volta che si può, quanto più si può, perchè anche essere felici è un viaggio, non una condizione. Chi si ferma, invecchia.

– Keep on walking – 

Special thanks to my great guide and amazing friend Renè Holzknecht 

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True colors

Mollo tutto e vado a . . . Curcuris: le inspiegabili ragioni.

Quando si sente una storia come la mia viene spontaneo chiedere «Ma cosa diamine vi ha spinto a fare una scelta del genere? Come siete finiti laggiù? Cosa ci fai?». A molti può apparire una scelta controproducente, anzi, devo ammettere che, anche a me, al principio, era parsa una decisione poco saggia, ma le opzioni e le possibilità si erano ridotte al punto che ce ne restava solo una: Curcuris. D’altra parte non era possibile vivere a oltranza in case in affitto, e con la vicina pensione (o cassa-integrazione) di mio padre non potevamo lasciar passare troppo tempo. Così, per la fine del 2013 era già tutto formalizzato: casa acquistata con mutuo regionale e lavori di ristrutturazione in corso. Risparmiando sul prezzo dell’immobile abbiamo potuto fare le modifiche che desideravamo, senza spese di manodopera, della quale mio padre si è fatto personalmente carico.

Una simile soluzione non sarebbe stata possibile nel nostro territorio d’origine, il Terralbese: abbiamo cercato per quasi un anno di comprare casa a Terralba o nei paesi limitrofi, ma gli importi non si confacevano alla nostra disponibilità, nemmeno mettendoci tutti i nostri risparmi, e spesso ci imbattevamo in proprietà che sarebbero state meglio impiegate se trasformate in macerie. Prezzi proibitivi per una famiglia monoreddito e finanziamenti ridotti ci hanno fatto ripiegare su zone più economiche quali Medio Campidano e Marmilla, dove abbiamo scoperto che i Comuni mettono a disposizione degli incentivi per combattere lo spopolamento ed è più semplice ottenere un aiuto economico per le ristrutturazioni.

La svolta è arrivata a Gennaio, quando ci siamo ufficialmente trasferiti nel centro storico di quel piccolo paesino ai piedi dell’Alta Marmilla. Da subito i vicini sono stati cordiali e disponibili, abbiamo anche ricevuto un informale benvenuto dall’amministrazione. Indubbiamente, non è un paradiso, non è perfetto e i servizi sono pochi, ma ci si abitua, dopotutto è accogliente e rappresenta qualcosa di nostro.

È ovvio che, 5 anni fa, ipotizzando il mio futuro mi vedevo in qualunque parte del mondo, in posti che avevo già visitato o su cui sognavo a occhi aperti, mi immaginavo ovunque, ma non avrei mai pensato di finire qui, appena dopo la laurea, in attesa di ripartire. Non è certo la situazione desiderabile per chi ha vissuto tanto tempo in un paese che, tutto sommato, ha imparato ad amare e odiare, di cui conosce bene strade e personaggi, dove si hanno abitudini ormai radicate. Non sono mai stata tra quelle persone che disprezzano il paese in cui vivono (pur conscia dei suoi difetti e dei suoi limiti), desideravo fare qualcosa per renderlo un posto migliore e finché ho potuto ho provato a dare il mio contributo. Avevo anche iniziato a pianificare qualcosa con delle amiche, un progetto per promuovere il territorio, mettendo in gioco le nostre capacità e la nostra voglia di fare.

Durante i miei periodi all’estero ho sempre sentito la mancanza del mio paese, dei suoi luoghi, delle persone e del mio modo di viverci. Una volta ho sentito dire che capisci di avere una casa se quando la lasci provi una sensazione incontrollabile: ti manca e basta. E questo è quello che ho sentito ogni volta che ho lasciato Terralba, per incomprensibile e insensato che possa sembrare. Perciò, nonostante risieda a una ventina di chilometri da lì e ci passi solo i weekend, non smetterò mai di considerarla casa.

Tuttavia, guardo il mio vecchio paese con un po’ di amarezza e delusione. Andarsene non è stato facile per nessuno di noi, ma le circostanze ci hanno obbligati a farlo. È difficile credere che non siamo riusciti a trovare una casa adatta a noi nel secondo paese più grande della provincia, in costante crescita in quanto a servizi e negozi, ma con un mercato immobiliare che si addice più a una città che a un paese di provincia. Basta vedere gli annunci sui siti web delle agenzie, o chiedere in giro i prezzi delle case che espongono i cartelli, per rendersene conto. Di questi tempi è quasi impossibile investire sugli immobili di Terralba e della sua area, anche gli affitti sono aumentati parecchio. Magari questa tendenza è in linea con quella generale, ma non me ne intendo granché di economia e lascio ad altri le dovute analisi. Ad ogni modo, ritengo che una riflessione sia d’obbligo: quante persone sono disposte a lasciare la propria residenza in un centro urbano per poter realizzare un sogno e permettersi, dopo anni di sacrifici, una casa propria? Non credo che siamo stati, né saremo gli unici e, da quello che ho potuto vedere, non esiteranno in pochi a fare questa scelta.
È come se i piccoli paesini stessero lentamente e silenziosamente recuperando terreno sui grandi comuni, una rivincita insolita ma, a mio parere, incombente.

Diario di bordo V

18 de febrero de 2013, Cagliari


Ha pasado ya mucho tiempo desde que regresé de México, hace 2 meses que bajé de ese avión y pisé suelo italiano. Tal vez ahora mi regreso está asumiendo otra connotación, porque las impresiones se modifican, a medida de que me alejo del momento en que me fui de la Ciudad.

Pensé que el último capítulo de mi “Diario di bordo” (cuaderno de bitácora) tenía que ser en español, por una especie de lógica especular: en México escribía en italiano para que mis amigos pudieran conocer mis sucesos y mis pensamientos, mientras que la parte conclusiva debía ser escrita en español, en Italia, precisamente en Cagliari -ni siquiera en mi pueblo-, para cerrar un circulo, creía yo. Regresar en el punto de donde todo tuvo inicio.

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Además, creí que lo hubiera hecho antes, pero pasó todo de prisa –ir al trabajo enseguida, regresar a mi pueblo, buscar piso en Cagliari, mudarme en Cagliari, estudiar para el examen, la Uni, el trabajo- y el tiempo se me escapó (¿Cómo puede escaparte algo que no posees?), hasta que hoy, por fin, después de haberlo pensado unos días y con mi mente un poco menos ocupada porque me encuentro con gripe y no he ido a la oficina en dos días, pues, al final lo estoy escribiendo, aunque no sean muchos los que lean esta entrada.

Ni sé de dónde empezar. Pues, comenzaré diciendo que, como me esperaba, el regreso estuvo bastante traumático. Encontrarse de repente en otra parte del planeta con la mente todavía al otro lado es algo impactante, a sabor de nostalgia.

El viaje de regreso fue bien, por un lado, Maura y yo estábamos felices de regresar, para continuar lo inacabado y reencontrar a nuestros queridos, pero bien conscientes de lo que nos dejábamos atrás, todas las emociones y las experiencias, recordándolas durante el viaje. Todo lo vivido fue, a fin de cuentas, un enorme tesoro. Sabía que iba a serlo, pero no cómo ni cuánto.  A medida de que pasa el tiempo me parece que esos días los he vivido mucho tiempo atrás, como años. No me parece posible que solo hace poco me encontraba allá, pero tal vez es lo normal, no sé.

Lo que sí sé es que dejó una huella bien grande que no sé describir, ni puedo contar precisamente lo que plasma esta raya tan presente y real. Fue todo el conjunto, un inexplicable montón de fotos que puedo describir pero  nunca podré transmitir lo que significan para mí.  La verdad es que a veces me parece que mi mente no quiere entrar en esos recuerdos, por la tristeza que conllevan y la nostalgia que me dan (¡Cómo funciona de manera fascinante la memoria!). Tal vez lo esté idealizando demasiado, tal vez tengo solo ganas de escapar sin razón, puede que lo que tenía allá ahora me parece lo ideal, aunque en realidad no lo es.

De todos modos creo que todos, cuando me preguntan sobre México, notan como mi cara cambia de repente: una sonrisa satisfecha se me dibuja en el rostro, me sonrojo antes de empezar a hablar, mis entrañas bailan alguna danza indígena que desconozco, y mientras hablo mis ojos se abren de par en par y tal vez brillan. Eso lo dice todo.

Estoy escribiendo esto porque creo que tengo una deuda con las personas que conocí o que solamente encontré. Siempre me digo que no podría vivir allá para siempre, porque, obviamente, hubo también cosas que no me dejaron a gusto, pero todo lo demás valió la pena probarlo. Valió la pena también experimentar las cosas negativas, como esa tendencia de hacer siempre todo con atraso, tener que esperar en colas larguísimas de gente en el súper, en las oficinas, o para subirse a la combi, o la burocracia en la Uni que me mataba cada día y de la que sólo pude salir un mes antes de mi regreso, la comida demasiado picante y mi primera intoxicación alimentar, el tráfico, la contaminación. Por otra parte puedo decir que la gente y los lugares me dejaron asombrada, empecé a ver las cosas por una perspectiva diferente, entendí que tal vez hay más maneras de hacer algo y que estas también pueden tener éxito, aprendí una profesión concreta, investigué y conocí personas y mundos diferentes (mucho menos de lo que podría haber conocido), intenté abrir mi mente al diálogo y a la discusión (no siempre de manera correcta), he tratado entender las diferentes caras de algo que me parecía establecido, he visto como se puede crear arte con lo sencillo, como hacer de una tarde cualquiera una tarde especial. Trabé amistades profundas, otras las arruiné. Tal vez no le saqué bastante provecho a todas las oportunidades, pero quedo satisfecha con lo que me llevé.

En fin, la suma de todo esto sería “Gracias México”, incluyendo todo lo que en esta breve ventanilla temporal pude experimentar, por lo que de otra manera no hubiera podido vivir y que, de todos modos, me daba miedo vivir.

Trenitalia, i tagli e i viaggi a tariffa agevolata per gli elettori

Sabato mattina mi reco in stazione a Cagliari per tornare in paese per le elezioni e vedere i miei amici.
In biglietteria mostro la mia tessera elettorale e chiedo i biglietti per Marrubiu, vado via soddisfatta perché invece dei consueti 10 euro ne spendo solo 4. Mi dirigo al binario 6, oramai mancano 5 minuti alle 11 e il treno dovrebbe già essere lì, ma quando riesco ad avvicinarmi abbastanza noto che tutti i viaggiatori aspettano ancora sul marciapiede, esposti al rinomato vento di Cagliari. Pochi minuti dopo le voci registrate annunciano ritardi di treni in arrivo, ma sul nostro non comunicano nulla e ci guardiamo perplessi. Finalmente alle 11.15 un annuncio ci fa sapere che il nostro treno partirà con 20 minuti di ritardo. 

treno2Alle 11.25 intravediamo la testa del treno, lo guardiamo tutti con trepidazione e tiriamo un respiro di sollievo, finché giunto alla curva notiamo che quello che sta arrivando è il maledetto treno con un solo vagone. Mi guardo attorno, siamo un centinaio e mi sembra che quel treno abbia molti meno posti. Le facce dei viaggiatori sembrano molto meno rilassate.

Ci avviciniamo alle porte e quando riesco a salire mi impossesso di uno degli ultimi sedili nella carrozza, graziata dal fatto che stessi viaggiando da sola e tutti gli altri avevano almeno un accompagnatore, do uno sguardo dietro e vedo che almeno 10 persone son rimaste in piedi. Il viaggio procede lentamente sul catorcio fabbricato nel 1984 in Puglia, con l’aria condizionata un po’ troppo “a palla”, alla faccia del risparmio energetico.

Domenica sera vado in stazione a Marrubiu, accompagnata da mio padre in auto, con la valigia che si è fatta più pesante. In stazione uno dei monitor segna che il treno delle 17.00 arriverà con 20 minuti di ritardo, mi siedo nella gelida sala con una porta rotta che non può essere chiusa, per ammalarci sanamente. In poco tempo il ritardo aumenta di 20, 30, 40, 50 minuti. Alle 17.50 arriva il nostro treno, e il ciclo si ripete: trepidazione, sollievo, catastrofe. E’ di nuovo quel dannato treno dell’84. Deja vù. 

Si aprono le porte, scendono 2 o 3 persone e tutti gli altri restano su, il treno è pieno, c’è gente in piedi anche all’interno delle cabine. Sistemo la mia valigia appoggiandola a una parete del “pianerottolo” in modo che non cada, mi guardo attorno, siamo almeno 10 persone nel limbo della vettura. 

Da subito noto un clima di cordialità e autoironia nonostante la situazione farebbe incazzare chiunque. Scambio due parole con dei ragazzi saliti a Macomer, in piedi da allora (son in tutto 150 km sino a Cagliari, in piedi). Altri viaggiatori mi dicono che non è la prima volta che succede, che addirittura all’andata qualcuno ha dovuto fare trasbordo in bus, per Sassari. Un ragazzo dell’arma ci dice che venerdì sera è dovuto farsi venire a prendere in stazione a Decimo perché avevano soppresso il treno per Iglesias ed è riuscito a farsi prelevare solo all’una di notte. 

Arriviamo ad Uras, salgono altre 5 persone che si uniscono all’allegra combriccola del limbo, una signora ci chiede “Ma dentro non c’è posto?”, scoppia a ridere, e noi con lei. I racconti di altri viaggi sui treni regionali continuano, insieme a battute sul fatto che ci abbiano riservato questo trattamento per via delle elezioni e le tariffe scontate, sull’incompetenza organizzativa del personale di stazione, sui biglietti che non si possono comprare in stazione perché le macchinette automatiche non funzionano e i controllori non ci credono.

Immag0608Sangavino: altre 10 persone dovrebbero salire, riescono a dividersi tra le due porte del treno, alla fine siamo in 24, più 1 in bagno, perché non solo siamo diventati esperti in tetris con valigie e buste, ma abbiamo anche imparato a ottimizzare e dividere lo spazio nel migliore dei modi. Next level.

Arriviamo a Villasor, oramai ci manca solo il mirto per completare la festa improvvisata sulla vettura. Dopo un rapido sguardo del controllore allibito dal numero della gente sul treno ripartiamo per Decimo. Molti di noi si riappropriano di un po’ di spazio vitale e finalmente si può respirare. La festa sta finendo, sappiamo tutti che a Cagliari dovremo scendere e dividerci ognuno per il suo cammino, dopotutto abbiamo condiviso una gioiosa e indimenticabile avventura sul treno-scatoletta FdS. Partono le ultime occhiate e sorrisi, insieme all’incertezza di quale lato del treno si affaccerà sul marciapiede.

Santa Gilla, Uci, il binario…il treno si ferma e siamo tutti un po’ tristi in realtà, quasi quasi non scenderemmo mai più dal trenino magico, ma dobbiamo andare, allora ci salutiamo, con la certezza che, prima o poi, Trenitalia ci regalerà altri magnifici e irripetibili momenti come quello, soprattutto a partire da Marzo, quando saranno soppressi 19 treni in tutta l’isola, un modo come un altro per favorire la mobilità interna, in automobile.

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Diario di bordo IV

Quando ho preso la decisione di partire per il Messico in realtà sapevo ben poco su questo paese e la sua gente. Certamente le guide sul web e le descrizioni di altri viaggiatori non erano una grande fonte di dettagli, ma se anche lo fossero state non avrei mai potuto capirle a fondo, senza contare che la diversità delle testimonianze, basate sui posti visitati e sul tipo di viaggio, mi mandava in tilt e non aveva nulla che assomigliasse all’esperienza che stavo per affrontare.

Ciò che si può apprendere dai giornali non è che una minuscola parte della realtà, anzi, spesso nemmeno le si avvicina. Le vicende politiche e sociali messicane sono complesse e piene di sfumature, c’è una varietà impressionante di piccoli fatti intrecciati fra loro e sui quali aleggiano grandi segreti di stato, inaccessibili al pubblico. Poi ci sono cose che di certo non fanno notizia, e cioè quello che succede quotidianamente nella città, nel tragitto verso il lavoro o il luogo di studio, che si possono solo conoscere di persona. Tutte quelle piccole realtà che non vengono descritte da nessuno: i venditori ambulanti, i mille mercatini, i tassisti spericolati, i mezzi di trasporto sgangherati, tra le tante cose.

Tutt’ora mi è difficile comporre una descrizione di questo posto e delle persone, ogni giorno scopro qualcosa di nuovo e che sconvolge l’idea che mi ero fatta su determinati aspetti. Questo popolo è talmente variegato che mi risulta complicato parlare di loro, dare un opinione su come sono fatti e quali sono le caratteristiche che saltano alla vista al conoscerli.
E mentre lo faccio, penso inevitabilmente alla loro lunghissima storia e alle loro radici pre-ispaniche. Perché anche se ormai son quasi totalmente occidentalizzati, anche se l’aspetto di questa città, sotto la quale ci sono millenni di storia, è quella di una megalopoli come New York o simili, penso che i loro avi abbiano lasciato qualche segno nella loro coscienza, nel loro modo di vivere, nella loro filosofia quotidiana.

O forse la mia visione resta ancora troppo eurocentrica e non riesco a prescindere da quell’idea ammaliante delle popolazioni antiche da cui i messicani discendono. Credo che molti di loro non siano nemmeno a conoscenza delle loro origini, di cosa sia stata la colonizzazione, dei giochi politici che si sono svolti tra i vari gruppi indigeni, dello sfruttamento che hanno subito, della lotta che portano avanti alcuni piccoli gruppi per far riconoscere i loro diritti e per riscattare la loro identità. Non posso non pensare a tutte queste implicazioni quando guardandomi attorno vedo tanti volti decisamente non-europei.

Ma d’altra parte penso sia un difetto di alcuni che vengono dall’altro capo del mondo, come me. Il difetto di immaginare che in quel mondo ideale si possa ricostruire la storia di una nazione, che tutti la capiscano e la sentano loro, che insieme lottino per riportare in vita quelle melodiche lingue, che si estinguono giorno dopo giorno perché qualcuno ha detto che dovevano dimenticarle e imparare lo spagnolo, che tutti prendano coscienza della situazione in cui vivono e si aiutino l’un l’altro.

Credo di non poter capire a fondo questo popolo, peccherei di presunzione. Ma non posso evitare di fare raffronti con la mia terra, perché spesso le opinioni delle persone su certi temi sono le stesse, vedo delle somiglianze in ciò che accade nel paese, in come funzionano certe cose. Eppure restano così diversi.
Per questo credo che l’argomento della mia tesi mi infervori tanto: perché vedo tutto questo come uno specchio della mia realtà, e forse perché pretendo di trovare una soluzione o per lo meno far sì che si discuta in modo costruttivo, guardando ciò che accade in altri continenti, affinché noi possiamo aprire gli occhi.